Intervista a Marco Sfogli

La storia di Marco Sfogli, chitarrista campano, sembra un po’ una favola. Vivere a Caserta , suonare con i propri genitori con “La nuova compagnia di canto popolare” e poi diventare il chitarrista di James LaBrie, il cantante dei i Dream Theater, incidere con lui due dischi e girare il mondo con la sua band, non è proprio da tutti. Se poi aggiungiamo che possiamo trovare le sue schitarrate anche sul  nuovo disco del monster drummer australiano Virgil Donati, capiamo che la famosa storia del “sogno americano” nel suo caso non è una favola. In occasione della sua impegnata visita a Milano per l’esibizione al SHG come endorser di Mesa Boogie e Ibanez per il distributore Mogar, una session di lavoro in studio per il nuovo progetto Neon Karma e la sua partecipazione all’Open Week del CPM, siamo felici di potervi presentare una lunga intervista con il chitarrista prog (e non solo) italiano attualmente più quotato nel mondo. Vi sembra un po’ troppo? Beh…andate a leggervi i crediti del suo secondo disco da solista, “reMarcoble”, uscito appena un mese fa, che pullula di musicisti ospiti italiani ed internazionali di altissimo livello.

ZioMusic: Domanda di rito, quando e perché hai cominciato con la chitarra?

Marco Sfogli: Ho cominciato prestissimo, da bambino, un po’ anche per gioco, perche quando sono nato, in casa giravano tantissimi strumenti musicali. Tutti e due i miei genitori sono musicisti. Mio padre suona strumenti “a plettro”, dalla chitarra classica alla mandola, mandolino, chitarra battente ecc., un po’ tutti gli strumenti della tradizione popolare napoletana e del Sud Italia ed è il direttore musicale de “La nuova compagnia di canto popolare” dal 1976, dove mia madre canta addirittura dal 1969.

ZM: Quindi è stata quasi un po’ ovvia la tua scelta…

MS: Diciamo di sì, anche se ho cominciato con le percussioni, con il tamburello e tutto quello che trovavo in casa da percuotere. Invece all’ età di 8 anni, parliamo circa del ’89, mio padre mi regalò la prima chitarra elettrica. In quel periodo ascoltavo di tutto: da Michael Jackson a Van Halen a tutti gruppi glam degli anni ’80, come gli Europe, i Winger e altro, il che può sembrare strano per un bambino di 8/9 anni. Ascoltando quel genere mi affascinava molto la chitarra elettrica. Così ricevendola in regalo la suonai per un periodo ma senza nessuna particolare pretesa. Dopo di che la abbandonai e per un paio di anni studiai la chitarra classica con un insegnante. Studiavo male, non per colpa del maestro ma per colpa mia, perché lui mi dava gli esercizi da fare e io invece suonavo altro, come delle suite di Bach e cose del genere. L’insegnante mi disse che quelle cose le avremmo studiate più avanti e che prima dovevo imparare le basi dello strumento. Io mi scocciai e abbandonai la chitarra classica per studiare da autodidatta la batteria per due/tre anni. Ero diventato “Police dipendente” ed è lì che è nata la mia passione per la musica importante che aveva caratterizzato gli anni ’70 e ’80. Siccome non avevo una vera sala prove insonorizzata, si creavano ovviamente problemi con il vicinato quando suonavo la batteria in cantina. Fu tra i motivi che mi fece tornare alla chitarra elettrica, ma ancora di più un concerto di una band di amici che vidi durante un contest per gruppi musicali che facevano cover dei Dream Theater. Vedendo il loro batterista mi resi conto che non sarei mai potuto arrivare a suonare la batteria così bene e mi sono detto “cambio strumento”. La cosa divertente è che quel batterista è diventato poi il mio batterista, cioè il batterista che prima guardavo con tanta ammirazione, adesso lo tratto come una ‘schifezza’ in studio, perché è la mia vittima preferita quando si tratta tempi dispari [ride, ndr]. Da lì, parliamo del ’95, ho ripreso in mano la chitarra elettrica e non l’ho più abbandonata.

ZM: Hai studiato con qualcuno?

MS: No, ho sempre studiato da autodidatta. A quell’epoca però non esisteva YouTube, e i video didattici costavano troppo ed erano difficilmente reperibili. Per cui studiai fondamentalmente suonando sui dischi, tentando di riprodurre le sonorità che sentivo. Pop, rock o progressive, insomma, come già dai Dream Theater ai Police, perché comunque i Police sono stati importanti anche per la mia formazione da chitarrista.

ZM: Perdonami, ma dai Police arrivare ai Dream Theater c’è un certo divario.

 

MS:C’è un abisso ma il filo conduttore che mi ha accompagnato anche per tutti questi anni è farsi piacere tutta la musica, l’importante è che sia buona. Sono sempre dell’avviso che un musicista debba guardarsi intorno a 360° e in particolare uno strumentista deve sapere cosa c’è in giro. Ho sempre cercato di coniugare la buona musica che mi facevano ascoltare i miei o che mi veniva consigliata dai loro amici o da alcune persone fidate con ciò che piaceva ascoltare a me. Personalmente l’ascolto e lo studio di questo “potpourri” di informazioni diverse mi ha aiutato moltissimo a passare da un genere all’altro. Ero sempre molto ricercato anche dalle cover band perché riuscivo a farmi piacere anche dei generi musicali che molti ragazzi magari disdegnavano o semplicemente perché erano focalizzati solo su un genere piuttosto che un altro.

ZM: Perciò ti sei fatto la classica gavetta in vari gruppi e cover band?

MS: Certo. Facevamo ovviamente repertori che solo ragazzi di 15/16 anni possono fare: da Ligabue ai Pink Floyd, passando per Elisa ai Dream Theater. Dei calderoni allucinanti! Però se ci ripenso era divertentissimo, perché poi come in ogni gruppo c’era l’appassionato di questo, l’appassionato di quello, l’appassionato  di rock italiano, l’appassionato di rock inglese, l’appassionato di prog americano. Quindi si univano questi generi musicali in un discorso che non sapeva di niente ma era divertente e non ce ne fregava niente, volevamo solo suonare.

ZM: Quando hai capito che avevi una marcia in più e potevi fare della tua passione un lavoro?

MS: Finito il liceo ho deciso che non avrei fatto l’università ma che mi sarei dedicato a quello che mi piaceva di più. Avevo la fortuna di avere dei genitori che fanno questo stesso lavoro e mi hanno aiutato facendomi suonare con loro, e suono tutt’ora con loro.

ZM: E come è avvenuto il grande salto da “La nuova compagnia di canto popolare” a il chitarrista di James LaBrie, cantante dei Dream Theater?

MS: La chiamata di James Labrie arrivò nel 2004, così dal nulla. Era un momento pessimo, non sapevo che fare, non sapevo se continuare a suonare, se fare dell’altro e continuare a suonare per hobby, insomma quei periodi un po’ bui. Invece grazie a uno scambio di email riuscì a fare un provino per la band di James LaBrie e da là cambiò tutto. Un classico: una di quelle cose che succedono quando meno te lo aspetti, quando sei nel punto più basso.

ZM: Uno scambio di email? Raccontaci un po’ meglio come è avvenuto.

MS: Il tutto è successo grazie a un amico che abbiamo in comune io e Matt Guillory, keyboarder di James LaBrie:  il tastierista siciliano Alex Argento, che mi ha messo in contatto appunto con Guillory. Via chat e email abbiamo cominciato a parlare e a scriverci per scoprire che abbiamo le stesse passioni musicali, ci piacciono gli stessi chitarristi, perché lui è un grande fan di chitarristi più che di tastieristi e ci proponemmo di fare qualcosa insieme in un eventuale futuro. Dopo di che nello stesso anno lui avrebbe dovuto registrare un disco con James LaBrie. Capitò che il chitarrista, che tra l’altro risponde al nome di Andy Timmons, non poté più fare le registrazioni di quel disco per impegni presi in precedenza. Dovendo trovare un sostituto, Matt Guillory propose il mio nome a LaBrie, il quale mi provinò via scambio di file, cioè mi mandò un brano di quel disco senza le chitarre. Le suonai tutte, gli rinviai le registrazioni, e dopo una quindicina di giorni venni a sapere che ero nella band!

ZM: Quindi una cosa completamente inaspettata?

MS: Si, davvero assurdo. Avvenne tutto nel giro di un mese. Ad agosto del 2004 feci il provino e ad ottobre ero sull’aereo per il Canada per incidere tutte le chitarre del disco. Da là poi cominciò una collaborazione che dura ancora oggi. E’ stato proprio quel famoso treno che passa una volta e che bisogna assolutamente prendere.

ZM: Sai leggere e scrivere la musica?

MS: Come lettore a prima vista mi definirei abbastanza “basico”. Leggo le chart come gran parte dei chitarristi, quindi se ci sono accordi con la ritmica, quello riesco a farlo, ma con tante note vicine una all’altra senza riferimento vado “in palla”, come penso l’80% dei chitarristi. C’è un detto divertente e abbastanza indicativo: Se vuoi fare stare zitto un chitarrista, mettigli una parte davanti!” [ride, ndr]

ZM: Prima mi hai detto che studiavi molto le parti chitarristiche dei Police, ma anche dei Dream Theater.

Capisco le parti di Andy Summers, ma i 64esimi di Petrucci come facevi a tirarli giù senza le partiture?

MS: Sempre ed esclusivamente ad orecchio! A volte mi aiutavo con dei trucchetti, rallentando il nastro dell’audiocassetta, ma ovviamente non era come oggi che riesci a rallentare un file audio senza cambiare il pitch. Cosi mi trovavo le parti magari un ottava o due più in basso, le studiavo, e poi le alzavo di nuovo nella tonalità originale. Così mi sono praticamente studiato tutti i pezzi dei Dream Theater che c’erano all’ora, dal primo all’ultimo.

ZM: Aiuto!

MS: Effettivamente era un bel casino [ride, ndr], ma mi è stato utilissimo, perché facendo in questo modo ho allenato anche l’orecchio e il cervello e non solo gli occhi e le mani.

ZM: Quando hai cominciato a scrivere i primi brani da chitarrista solista?

MS: Subito dopo il primo tour che feci con James LaBrie, che risale al 2005, dove facemmo un bel po’ di date in America ed Europa per promuovere il disco che era appena uscito. Cominciai a leggere sui vari forum la volontà di alcuni fan di voler sentire qualcosa di solista da parte mia. Non avevo mai avuto l’idea di voler fare un disco da solista, anche perché avevo sempre pensato di non poter portare nulla di nuovo nel mondo della chitarra. Però dopo tutta questa richiesta cominciai a pensare “quasi quasi ci provo a scrivere qualcosa e vediamo cosa ne esce fuori”. Perciò per tutto il periodo che va dal 2005 all’uscita del mio primo disco nel 2008, ho cercato di raccogliere tutte le idee che avevo abbozzato in passato, semplicemente delle piccole frasi, delle ritmiche o dei fill di batteria, che avevo scritto per sfizio o gioco, le ho messe insieme e ho cominciato a pensare seriamente al disco solista. Un disco che tra l’altro è anche andato abbastanza bene [There is hope, 2008, Lion Music, ndr] e di cui ero molto contento, perché venivo affiancato a LaBrie ed era un “terno al lotto” e invece è stato accettato in maniera molto positiva.

Adesso a novembre del 2012 è uscito il mio nuovo CD, “Remarcoble” [JTC Records, ndr] che contiene materiale solista, anche brani che avevo pensato per LaBrie, oppure che erano originariamente concepiti come brani da cantare, che poi però ho preferito fare da solo, mettendo la chitarra al posto del cantato.

ZM: Che procedimento hai seguito per la registrazione di questi dischi?

MS: A parte le batterie ho realizzato praticamente tutto nel mio home studio, incluso il mix finale. Sono stato sempre uno che ha avuto una grande passione per i computer e tutta la tecnologia. Di fatti se non avessi fatto il musicista, molto probabilmente sarei andato a finire ad aggiustare i computer, cosa che faccio puntualmente per amici e parenti.

ZM: Il tuo set up in studio?

MS: Ho questa bellissima macchina della Fractal Audio, si chiama Axe-FxII, che è il nuovo modello uscito l’anno scorso, che ha rivoluzionato ulteriormente il mondo chitarristico.

ZM: Questo ci fa capire che sei uno dei chitarristi che non snobbano il mondo virtuale della chitarra elettrica.

 

MS:Assolutamente! Per il primo disco ho fatto molti esperimenti, utilizzando molti ampli, casse e microfoni veri con vari processori e pedalini, più qualche plug in come Guitar Rig o AmpliTube, o utilizzando anche la tecnica del re-amping in studio di qualche amico. Per la registrazione delle chitarre del secondo disco invece mi sono affidato per il 90% all’ Axe-FxII, che risolve il problema di usare amplificatore e cassa con il volume giusto in una casa di condominio. Il suono è fedele quasi al 100%. Oggi hanno raggiunto dei livelli incredibili. Magari a qualcuno non può piacere la sensazione sotto le dita, ma io personalmente non ho questo problema e secondo me per tante persone è solo una questione psicologica sapere che in fondo della catena non c’è un amplificatore valvolare. Comunque non solo per quello che riguarda la parte dell’amplificazione, anche il parco effetti di questa macchina è pazzesco! Ho tolto di mezzo dei processori che costano due volte tanto, perché non ne sento più la necessità. E siamo solo all’inizio, perché questa macchina è uscita da poco e credo che nel futuro sarà sempre meglio, sempre più accurata nella ricerca delle variabili sul suono.

ZM: Il tuo amore per le chitarre Ibanez è nato con Petrucci?

MS: Si. Quando cominciai ad ascoltare i Dream Theater, Petrucci usava il suo modello signature, la “Picasso”, che io ho avuto, come penso praticamente tutti i grandissimi fan chitarristi dell’epoca, e come tutti i grandissimi fan chitarristi dell’epoca che ha venduto quello strumento oggi se ne pente, perché sul mercato dell’usato adesso si trova al doppio di quanto costava ai tempi [ride, ndr]. Diciamo che a parte un breve interludio con una signature model di un’altra casa [Rash, ndr], la Ibanez è stata sempre la mia chitarra, da metà anni novanta fino ad oggi.

ZM: Che modelli stai utilizzando adesso?

MS: Sul nuovo disco ho usato il nuovo modello Premium, che sono delle chitarre fatte da liutai giapponesi che lavorano principalmente sul modello Prestige, però in fabbriche aperte in Indonesia. In questo modo si riesce ad abbattere i costi di produzione e si riesce a venderle a metà prezzo delle Prestige. Sono strumenti fatti benissimo, che non costano tantissimo, sono intonati, precisi, e non hanno veramente nulla da invidiare ai modelli di fascia più alta. Su “reMarcoble” ho usato solo queste chitarre Premium nella versione sei e sette corde.


ZM: Hai fatto qualche modifica al modello base?

MS: Si. Visto che oltre ad essere endorser Ibanez [come anche Mesa Boogie e Ernie Ball, ndr] ho anche la fortuna di avere un contratto di endorsement con Di Marzio, ho cambiato i pick up, come ho sempre fatto con quasi tutte le mie chitarre. Anche se non c’è tutta questa necessità, preferisco avere un suono che sia diverso da strumento a strumento, ma possibilmente costante nel volume di uscita, per cui preferisco sempre un modello che ha queste caratteristiche, cioè non avere un volume eccessivo da un modello all’altro, con un certo equilibrio.

ZM: Dal vivo che setup usi invece? Ti porti dietro il tuo “magic box” che usi in studio?

MS: Ho fatto vari esperimenti. Adesso uso l’amplificatore e qualche pedalino perché dal vivo non ho bisogno di tantissimi suoni per quello che faccio.

 

ZM:Se rimanessi su un isola deserta e potessi portare oltre all’ampli solo un pedalino cosa sceglieresti?

MS: Sicuramente il delay, perché ne faccio largo uso e ormai fa parte del mio suono. Se nel passato ho provato un po’ di tutto, con gli abbinamenti più svariati, adesso sto cercando di ridurre tutto all’osso e di usare il minimo dispensabile. L’importante è l’amplificatore con il quale suono tutti i giorni, il Mesa Boogie Royal Atlantic, un amplificatore che è uscito l’anno scorso, molto bello; poi, come dicevo, un delay, quello che preferisco oggi è il TC Electronics Flashback, che come rapporto qualità/prezzo secondo me è il migliore in circolazione; e poi in più ultimamente giro semplicemente con un accordatore. Davanti non ho quasi nulla: un accordatore e un delay nel loop. Stop.

ZM: I tuoi eroi invece chi erano e sono, anche non solo chitarristicamente parlando?

MS: Tanto per cominciare nominerei Michael Jackson e non solo per l’assolo strepitoso di Eddie Van Halen su “Beat it”. Oltre agli storici chitarristi che piacciono un  po’ a tutti, per me è stato molto importante il batterista Manu Katchè, in particolare in un disco che si chiama “It’s about time”, introvabilissimo, che mi ha portato poi a conoscere artisti come Peter Gabriel. Tra i miei miti c’è anche un artista che pochi conoscono, Bill Whelan: un compositore irlandese che ha scritto uno spettacolo teatrale allucinante che si chiama “Riverdance”, che è uno spettacolo principalmente di ballo ma con musiche eccezionali. Lui è uno dei miei artisti preferiti e ho preso tantissimo da quel tipo di musica celtica anche un po’ di tecnica di esecuzione. La precisione tecnica della musica celtica fa sicuramente parte della mia formazione musicale.

ZM: Nel tuo iPod cosa possiamo trovare?

MS: Andiamo dagli Alcatrazz passando per Alanis Morissette e Al di Meola fino agli ZZ Top. Ascolto veramente di tutto. Non ascolto il metal estremo, come il death metal, oppure le cose troppo urlate. Cerco sempre le melodie.

MS: Quali sono i progetti imminenti?

MS: Oltre alla promozione per il mio nuovo disco da solista reMarcoble”, il quale titolo per curiosità mi è stato suggerito proprio da James LaBrie, sono molto soddisfatto del lavoro che ho fatto sul nuovo CD del batterista australiano Virgil Donati, che sta uscendo proprio in questi giorni. Ho suonato su sette pezzi e devo ammettere con non poca difficoltà, perché la sua musica è intensa, complicata e difficoltosa. Molte parti erano da leggere, giusto per ritornare al discorso di prima [ride, ndr] e la registrazione ha richiesto un po’ di tempo, ma ne sono veramente soddisfatto perché è uscito un bel lavoro!

Per il 2013 c’è in programmazione anche il nuovo album di James LaBrie e il disco di un progetto molto interessante: Neon Karma, una band progressive, che è partita da una idea di Lorenzo Feliciati, grande bassista romano. Volevamo lavorare insieme già da tanto tempo ma per vari impegni di tutti e due non era stato mai possibile. All’incirca un anno fa invece il momento fu propizio e abbiamo cominciato a lavorare su delle idee. Abbiamo pensato anche a chi coinvolgere per creare un trio strumentale. La scelta è caduta su Roberto Gualdi, batterista eccezionale con grande passione per la musica progressive che per fortuna ha accettato con entusiasmo. Dopo che avevamo registrato un po’ di materiale abbiamo deciso di allargare la band ad un quarto elemento, anche su suggerimento di Franz di Cioccio (PFM) che appena sentito in preascolto qualche brano aveva commentato che secondo lui mancava il cantante. Così abbiamo coinvolto una persona che conoscete molto bene [ride, ndr], ovvero il grandissimo Guido Block, che non è arrivato per semplicemente aggiungersi come vocalist al gruppo, ma anche per completare il disegno a livello compositivo. Ha trovato delle bellissime melodie e da buon tedesco ha messo un po’ di ordine nei brani e suggerito interessanti soluzioni musicali. Stiamo lavorando molto bene e pensiamo di terminare le registrazioni per metà gennaio.

ZM: Grazie Marco per questa bellissima intervista.

MS: Grazie a voi! Colgo l’occasione di salutare tutti i lettori di ZioMusic.it e di ringraziare tutto lo staff di Mogar Music, in particolare Stefano “Sebo” Xotta per il grande supporto che mi stanno dando. Ciao!

Foto: Piero Perfetto

Info: www.marcosfogli.com

Info: www.facebook.com/marco.sfogli

Info: www.mogarmusic.it

 

Guido Block

Redazione ZioMusic.it

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