Italia avanti sul digitale ma non basta

E’ un dato che risale al 31 luglio di quest’anno quello che voglio commentare oggi, non tanto perché non ci sia nulla di più recente di cui parlare ma perché i due mesi di chiusura dell’anno sono i mesi che prendono il polso alle vendite di dischi, anche grazie al periodo natalizio, e ci fanno capire dove stiamo andando e come ci stiamo arrivando. Per questo motivo trovo utile fare il punto della situazione ora, con qualche spunto di riflessione, e poi darvi appuntamento ai primi mesi del 2013 per sapere se le previsioni hanno fatto il loro dovere.

Quando ancora ci stavamo lamentando del caldo di mezza estate, FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana, pubblicava i dati di vendita del mercato discografico del primo semestre 2012, con un’interessante trend riguardante il confronto tra musica digitale e i supporti fisici come i CD.
Riassumendo tra download e streaming digitale c’è stata una crescita del 43%, che ha portato il digitale a superare il 33% del mercato musicale totale. Questo dato è confortante anche se non comparabile ancora a quello USA, dove il digitale è a circa il 58% del mercato, e al Regno Unito dove i CD sono ormai stati superati con il 55% di acquisti di musica in digitale nei primi tre mesi del 2012.

Le buone notizie purtroppo finiscono qui poiché l’ulteriore calo del 23% del segmento CD ha portato il mercato totale offline a poco più di 35.7 milioni di euro nel primo semestre. Se aggiungiamo anche i 17.8 milioni di euro derivanti dal mercato digitale online si arriva a soli 53.6 milioni per il primo semestre 2012. L’industria discografica italiana vede il segno rosso del bilancio negativo concretizzarsi sempre di più anche per questo 2012, sperando che l’ulteriore stretta dei consumi non renda il periodo natalizio ancora più magro di quello 2011.

Con un trend di questo tipo in continuo segno negativo da anni non stupisce come le case discografiche stiano cercando ancora di trattenere il fiato per resistere il più a lungo possibile in questo vuoto che pare incolmabile.
Se guardiamo all’estero non troviamo però la stessa situazione negativa, con dati decisamente diversi. Se l’Italia nel 2011 aveva realizzato un -4% nel totale delle vendite e quest’anno potrebbe andare anche peggio, gli USA nel 2011 avevano chiuso praticamente alla pari e le cifre del primo semestre 2012 parlano di un +4% in generale. Nel Regno Unito invece ci si aspetta una crescita tra il 2.5 e il 3.5% per questa fine 2012.

E’ ancora valida allora la vecchia teoria discografica italiana secondo cui in Italia si deve fare solo musica italiana? Oppure forse bisognerebbe aprire un po’ di più il nostro mercato, la nostra mentalità provinciale, e cercare di investire, si investire, su musica che possa vendere anche in altri mercati che già oggi stanno mostrando segnali positivi e incoraggianti?
Ricordiamoci che l’industria musicale e dell’intrattenimento, in tutta la sua complessità, da lavoro diretto e occupazione da indotto a milioni di persone nel nostro Paese. Siamo sicuri che, ora che altri paesi mostrano numeri concreti di crescita, vogliamo assistere all’ennesima fuga di talenti e di risorse che potrebbero porre qui, in Italia, le basi per un futuro migliore?

 

 
Luca “Luker” Rossi

Redazione ZioMusic.it

 

Vai alla barra degli strumenti