Figli del fattore X

Sono nato negli anni ’80, ho passato i miei anni da teenager a sentire giornali e televisioni descrivere la mia come la “Generazione X”, una popolazione eterogenea di giovani pervasi da insicurezza cronica, mal di vivere e un’indecifrabile (per chi scriveva allora) smania di esprimersi in antagonismo con tutto.

Mi ricordo del giorno in cui ritrovarono Kurt Cobain e che non passarono ventiquattr’ore che da tossico reietto ne fecero l’angelo bruciato. Divenne presto il simbolo di quel sentimento generazionale, icona per noi, iconoclasta per gli stessi che avevano etichettato la Generazione X.
La musica però aveva trovato un messaggio forte; la musica, di Cobain e non solo, aveva tracciato un solco incancellabile, e terribile, che tuttavia aveva scavato abbastanza a fondo per permettere a nuovi semi di crescere in tutto il mondo. Non era un messaggio di speranza ma era un messaggio, un grido provocatore per strappare una cortina di false speranze cucita e dipinta da qualcun altro.

Oggi, e da qualche anno ormai, mi sento un po’ a disagio nel sentire dire in certe trasmissioni che gente come Cobain aveva il fattore X. E’ paradossale tramutare questa abusata consonante da simbolo di una ribellione prima contro se stessi e poi contro gli altri, a simbolo di quell’intrascrivibile formula che vede in entrata un ragazzo/a come tanti ed in uscita una pop star di successo, una nuova icona della musica e del marketing. Mi sento a disagio nel vedere, perchè più che altro si vede non si ascolta, una musica figlia di questo nuovo fattore X, una musica che nasce dal presupposto di dover piacere ad ogni costo, ad ogni compromesso.

Quella che hanno chiamato troppe volte “Generazione X” aveva ad un certo punto trovato nella musica il veicolo per le proprie idee. Questa musica aveva tragicamente anticipato una crisi che dalla persona si è proiettata ora su tutta la società, dimostrando una volta in più di essere uno dei mezzi con cui le idee impregnano più a fondo l’umanità.

La necessità del fattore X, quello odierno che incrocia come due lance paradigmatiche marketing e popolarità, sta cancellando il significato dalla musica, diluendo la voce di chi ancora cerca di mandare un messaggio in un mare di banalità.
C’è solo da sperare che la rete, in cui questa banalità cresce e dilaga, possa indifferentemente fare da terreno di coltura per il virus musicale che porterà ad una svolta. 

L’ironia amara di tutto questo è che uno come Kurt oggi passerebbe pure completamente inosservato sotto i ‘potenti’ rilevatori del fattore X.

  
Luca “Luker” Rossi
 
Redazione ZioMusic.it

 

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