SIAE: nuovo statuto, vecchi padroni

Partiamo dai fatti. Comma 2, art. 11 del nuovo Statuto Siae: “Ogni associato ha diritto ad esprimere nelle deliberazioni assembleari almeno un voto e poi un voto per ogni euro (eventualmente arrotondato per difetto) di diritti d’autore percepiti nella predetta qualità di associato, a seguito di erogazioni della società nel corso dell’esercizio precedente”.

E’ davvero inquietante come il commissario straordinario Gianluigi Rondi ed i suoi ausiliari Mario Stella Richter e Domenico Luca Scordino, abbia avuto il coraggio di proporre una scrittura così deliberatamente anti-democratica per l’ente monopolista che regola e gestisce i diritti d’autore, oltre che avere molti altri compiti di tutela e promozione dell’arte e cultura nel nostro paese.
Un semplice comma come questo sancisce in modo definitivo, se così dovesse rimanere, come la nuova SIAE sia ritornata ad una spartizione, permettetemi il termine, ‘feudale’ dei poteri e quindi dei profitti.

Affermare che chi guadagna di più con i diritti d’autore deve avere anche più potere significa dare in mano ai pochi soliti noti la gestione di un ente già in crisi di fiducia e popolarità per lo stesso motivo. Significa ratificare regole medievali per cui il cambiamento e l’innovazione sono un virus da debellare una volta per tutte. Il potere di voto in SIAE sostanzialmente significa la possibilità di riscrivere, o anche semplicemente di non cambiare, le regole che hanno generato queste posizioni dominanti negli anni, hanno generato distorsioni, ingiustizie e molte zone d’ombra più volte criticate da più parti. Il nuovo statuto ci dice che chi guadagna di più ora, un pugno di super-rendite garantite anche da regole già oggi sbilanciate e da un sistema di lottizzazione mortale per la musica italiana, potrà impedire senza alcuna difficoltà alla maggioranza degli associati di cambiare queste regole e rendere il tutto più trasparente e democratico.

Ora in tutta onestà non si può credere che un tale articolo, nella sua lucida chiarezza, possa essere stato scritto e approvato senza comprenderne realmente le implicazioni. Non si può che cedere alla tentazione di pensare che sia l’ennesimo tentativo di mantenere sacche di privilegio che in Italia costituiscono uno di quei grossi fardelli che impediscono alla nostra cultura di esprimere in pieno il suo grande potenziale.

Fortunatamente la cosa non è passata inosservata e la nostra critica aperta si aggiunge a quella di molti altri per fare si che questo Governo possa intervenire rivalutando profondamente la questione. Come per molti altri settori, tre sarebbero le priorità assolute per il rinnovamento di questo ente: equità, meritocrazia e innovazione.
Vedremo se i tanti appelli di questi giorni avranno un qualche effetto.

 

  1. […] ma l’elezione dell’ultimo consiglio direttivo e ancora prima l’adozione del nuovo statuto hanno di fatto sancito un’oligarchia di autori potenti e major. Non è da meno, dicevo, si è […]

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