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Il Guitar Day 4, come dice il nome stesso, taglia con l’edizione 2008 il traguardo del quarto anno da quando nacque da un’idea di Massimo “Flash” Sangiorgi e Guglielmo Malusardi. E’ sempre difficile rilanciarsi per una manifestazione, anno dopo anno, senza deludere le aspettative di molti, per questo bisogna dare merito a chi ha lavorato su questo GD4 di aver raggiunto l’obbiettivo. Il ricco programma di esibizioni parla da solo.
Tommy Ermolli ZioMusic.it si è presentato puntuale all’appuntamento ed è andato a curiosare tra le chitarre, ad intervistare i chitarristi italiani più caldi del momento, a scoprire il segreto del suono dei maestri.
Premetto che quest’anno le mie trasferte musicali, per altro fortunate, sono state tutte battezzate da una pioggia difficile da immaginare. L’organizzazione suo malgrado, causa nubifragio, si vede subito costretta ad annullare la demo esterna delle casse italiane Dragoon, che avrei seguito con interesse. Detto questo, le stesse casse sono state poi utilizzate da tutti i chitarristi sul palco, fatta eccezione per Mattias Eklundh che ha invece utilizzato la sua Laney e Tony De Gruttola con Cicognani, ho potuto godere della buona pasta sonora ricca e complessa di questi diffusori Dragoon. Il primo ad esibirsi in questo GD4 è il giovane Tommy Ermolli, nemmeno 20 anni e apre le danze con un bel riff potente, una personalità invidiabile e un tocco preciso sulle corde. Suona su una testata Bogner, di cui è endorser, e una bella chitarra Bruno Traverso modello Silky. Il suo suono è solido e molto distorto, con più di qualche richiamo a Petrucci ed a quella vena progressive sviluppatasi da fine anni ’90 ad oggi. Per un cambio di programma dell’ultimo minuto viene inserito al posto di Chicco Gussoni, che arriverà più tardi, William Dotto, insegnante e direttore del MMI di Treviso (Modern Music Institute) presieduto da Alex Stornello. William presenta degli interessanti arrangiamenti con tecnica in tapping polifonico di pezzi classici della musica moderna. In particolare ho gradito l’arrangiamento di Eleonor Rigby dei Beatles, davvero ben eseguito, con tecnica invidibile, nonostante un suono poco convincente. Il primo chitarrista che si merita la mia personale “menzione” è sicuramente Tony De Gruttola. Si presenta con la sua TDG Band e apparecchia un suono che regge il confronto con i migliori. Vorrei sbilanciarmi e dire che il suo sound by Cicognani è stato tra i migliori, Gilbert compreso.
Suona pezzi dal suo album “03”, composto e registrato nel 2003, e un bell’inedito recente dal titolo “Primo Maggio”, composto questo stesso primo maggio ’08. Ciò che mi piace maggiormente, oltre il bell’ensamble della band che risulta sicuramente più convincente delle basi in playback, è la sensibilità dinamica di Tony, una ricca prospettiva appare nei suoi brani ricreata attraverso i forte, i piano e tutte le sfumature intermedie. Per chi conosce la tecnica formidabile di TDG è sempre un piacere notare come la sappia dosare, senza abusarne per “fare il fenomeno” a tutti i costi. Un indicatore di ciò è l’uso che fa della leva, non esagerato ma molto espressivo. Tony è presente al Guitar Day supportato dal suo sponsor Loud Guitars di cui è endorser e dimostratore. Le sue chitarre sono splendide, due modelli disegnati e sviluppati assieme al liutaio Molinelli di Loud Guitars.
Incuriosito mi avvicino allo stand Loud Guitars, proprio al centro del locale con molte chitarre in bella mostra, e gentilmente Tony e Fabio (Molinelli) posano per le foto che potete vedere. Decido di fermarmi un po’ a chiacchierare con loro e scopro un gran lavoro di liuteria e sviluppo sulle due chitarre di TDG che mi pare interessante raccontare.
Tony possiede due chitarre “signature” costruite da Molinelli: la Yellow, un’ascia con scalatura tipo Gibson, corpo in mogano e top in acero da 1 cm, manico anch’esso in acero e tastiera in palissandro India. La linea del corpo è decisamente...come dire...“sexy”, con il giallo pallido a sdrammatizzare il tutto. Il ponte è un Wilkinson vg 300, mentre i pick up sono: S. Duncan Custom Custom al ponte, un STK 1 leggermente medioso al centro e un Little 59 al manico. Subito dopo sale sul palco uno strano figuro simil-vichingo che emette suoni gutturali e parla a raffica. Ovviamente è Mattias Eklundh, il pubblico lo ama e lui lo sa. La sua presenza è stata possibile grazie a Mogar ed al suo endorsment Laney, di cui suona testa e cassa.
L’esibizione, come era prevedibile, lascia stupiti per quanto strano sia il percorso musicale di questo virtuoso chitarrista svedese. Il suo approccio agli armonici, naturali e artificiali, con e senza leva, lo ha reso famoso sia come solista che con i suoi Freak Kitchen. Vederlo dal vivo lo rende ancora più enigmatico, alcuni pezzi sono al limite dell’incomprensibile per il sottoscritto, lo ammetto, la domanda che però maggiormente serpeggia in mezzo al pubblico è: “Ma come fa?”. Escono armonici da tutte le parti, fischi, trilli, dive bomb, persino negli sweep. Quest’uomo è una macchina, più precisamente un whammy pedal truccato. Il chitarrista successivo è un italiano, casertano, che ultimamente ha fatto molto parlare di se. Il suo ultimo album “There’s Hope” è stato recensito molto bene dalla stampa ed ha conquistato il vasto pubblico degli shredder. Marco Sfogli sale sul palco con la sua chitarra Rash ed è impossibile durante la sua presentazione non citare la sua collaborazione all’album solista dell’arcinoto cantante dei Dream Theater, James LaBrie, “Element of Persuasion”.
L’esibizione di Marco Sfogli è una pioggia di note che paiono fucilate unita a temi principali molto orecchiabili. La composizione dei brani si avverte, è complessa, molto curata nei dettagli. Le voci si intrecciano in bel modo e si alternano con parti più tirate che sono frecce per l’arco di Marco, precise e letali. Il suono live non mi convince affatto e Marco più tardi mi spiegherà di aver avuto problemi tecnici sul palco.
Marco mi racconta di aver conosciuto Rash proprio in occasione del precedente Guitar Day. Dopo qualche telefonata parte il progetto dell’endorsment ed il primo prototipo arriva nelle sue mani. La versione signature, di cui Rash sceglie di onorarlo, richiede quasi un anno di lavoro, tra progetto per l’adattamento del modello standard MT Monster, preparazione e aggiustamenti successivi.
Dopo Marco Sfogli, salgono sul palco in successione William Stravato, che suona una chitarra Jacaranda, molto in forma sulle sue corde e Jose De Castro, uno spagnolo poco noto in Italia che però suona molto bene la sua chitarra Suhr su testata Diezel. La sua esibizione live, con pezzi da tutti e tre i suoi album solisti, inizialmente mi piace ma poi ogni brano mi sembra sempre più simile a quelli precedenti. Tornando a casa però, non pago sull’autostrada notturna di assoli e ritmiche serrate, ascolto il suo cd “Un poco de lo mio” e il suo suono vero, con quel tocco un po’ ferroso, un po’ grezzo e con tanto groove, mi avvince. Un chitarrista da conoscere e ascoltare con piacere insomma. Dell’esibizione di Alex Stornello con la sua band non posso dire altro che, rientrando dopo una doverosa pausa di relax all’apparato uditivo, ho come un dejavù, sul palco mi immagino Allan Holdsworth e l’illusione è talmente convincente da non risultare per nulla offensiva o riduttiva verso Stornello. Io, e lo dico senza polemica alcuna, non riesco a godere appieno della continua variabilità dei concept di Stornello e della sua fusion, ma se qualcuno deve essere il punto di riferimento italiano per questo genere, questo è sicuramente Alex Stornello.
Eccoci quindi giunti alla mia seconda menzione personale con lode. Chicco Gussoni e Luca Colombo. Suonano una manciata di brani ciascuno, ma valgono quasi da soli tutta la giornata.
All’apice del mio gradimento, Gussoni ha suonato due chitarre: una Tom Anderson con un suono ricco e corposo ed un sustain epico, ed una nuova Taylor elettrica modello SolidBody Standard con due mini-humbucker che, nonostante la fascia di prezzo in cui si colloca la renda un’alternativa da prendere in considerazione, sinceramente in questa occasione non mi ha dato idea di essere ancora timbricamente al pari delle sorelle acustiche.
Luca Colombo suona invece su Fender Stratocaster, e parte giusto appunto con Hendrix alla sua maniera. Per l’amplificazione si affida ad una testata Vox AC100CPH, di cui è endorser da circa un anno, che, cerco di citare testualmente, ha scelto per poter avere le stesse sonorità di un AC30 ma con la potenza necessaria per i live. In questa occasione si presenta con una sola testata mentre nei concerti dal vivo di maggiori dimensioni, come nel tour con Max Pezzali, ne utilizza ben quattro.
Ancora delizato da queste due esibizioni appena concluse guardo la scaletta e leggo il nome del gruppo successivo: String 24. Chiedendo informazioni non ottengo molto se non delle vaghe supposizioni su di un quartetto metallaro da cui verrebbe spontaneo il nome (6 corde per 4, e la matematica non è un opinione). Io però mi trovo a pensare che, se fossero veramente dei metallari con la “T” maiuscola (si, ho scritto “T” come Tamarro) dovrebbero essere un trio con chitarre a 8 corde...
Infine ecco il momento che tutti voi aspettavate. Se siete passati a questo punto solo per leggere di Gilbert saltando tutto il resto dell’articolo sappiate che vi siete persi molte cose gustose.
Detto questo, posso passare alla mia valutazione personale dell’esibizione di quello che, da anni, è uno dei più grandi, se non il più grande, chitarrista virtuoso in circolazione. Semplicemente grande.
Per il gran finale con i fuochi d’artificio il pubblico attendeva una jam session con partecipi anche Mattias Eklundh e Paul Gilbert ma alcuni problemi tecnici hanno allungato i tempi e questa cigliegina sulla torta viene annullata.
Ci sono diversi motivi, e li avete potuti leggere diffusamente, per dire che questa edizione numero quattro del Guitar Day è ben riuscita ed ha presentato cose interessanti ed acuti di massimo livello. La notte cala ed il pubblico che esce dal locale mi sembra soddisfatto, il miglior premio e riferimento per l’organizzazione.
Luca “Luke Reds” Rossi
ZioGiorgio Staff
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