La musica fa retromarcia, dalla provocazione al conservatorismo

Ricordo distintamente che la sconvolgente notte dell’elezione di Donald Trump fu una notte in cui sentii molte parole, forse anche loro perse e confuse dall’essere così freneticamente scambiate di bocca in bocca, cambiarsi di significato l’una con l’altra. I Democratici avevano perso perchè troppo “conservatori” ed i Conservatori avevano prevalso grazie all’homo novus, capace di appassionare le folle con una rivoluzione “democratica” dal basso, anche se fatta più di parole che certezze.
E ricordo anche che, mentre tutti i telegiornali mutavano sfondo verso quel “Make America Great Again“, già qualcuno ricordava tutti gli artisti che avevano appoggiato l’una o l’altra parte, chiedendosi cosa avrebbero fatto ora gli ‘sconfitti’.

Non è stato ovviamente il giro di una sola notte fatale, ma la musica mainstream – a maggioranza ‘democratica’ fino ad allora – si era in quegli ultimi mesi ritrovata senza traino, come un carro che perde improvvisamente i suoi cavalli lanciati a tutta velocità verso il domani. Uso quest’immagine vagamente western per ritrarre un’America, guida del mercato musicale praticamente da quando esiste, che si è trovata senza riferimenti, senza più un’idea progressista da seguire, potendo così solo guardare alle proprie orme per cercare di tornare da dove era venuta.
Kris Kristofferson, una delle figure mitologiche dell’epoca d’oro della musica country a cui ora si guarda con molta nostalgia, diceva in una sua famosa canzone: “Mi piacerebbe scambiare tutti i miei domani per un solo ieri“. Ed è proprio quello che è successo, con molti artisti che si sono riscoperti amanti di quelle atmosfere meno eccessive, più morigerate e ‘puritane’, spesso facendo fare alla loro musica una vera e propria inversione di rotta.

Per alcuni è stato un caso di vera premonizione, o forse dovremmo parlare di un sentimento serpeggiante che strisciava già da tempo ancora coperto dalle messi dell’era Obama, per altri forse è stata una svolta musicale opportunista, dovuta al cambio del vento che non può che trasportare con se anche la musica leggera.
Lady Gaga ha stupito tutti con “Joanne”, un disco uscito proprio pochi giorni prima dell’elezione di Trump, molto più introverso del suo solito e con una chiara ispirazione country sia nelle sonorità che nei temi.
Kendrick Lamar, idolo contemporaneo dell’hip-hop più moderno, ha prodotto “Damn”, un album che Rolling Stone ha definito “l’ideale platonico di miglior album rap del 1995“; ed il ’95 per il rap potrebbe equivalere al 1960 per la musica pop.
Miley Cyrus è un vero e proprio caso di studio. Dopo aver praticamente affrontato qualsiasi sfumatura di grigio e inclinazione nei precedenti “Bangerz” e “Miley Cyrus & Her Dead Petz”, esce proprio in questi giorni con “Younger Now”, un lavoro che la riporta letteralmente verso la casa del padre, con uno stile inaspettatamente sobrio ed un sound country-pop pieno di suggestioni, romanticismo e nostalgie.
Infine che dire del successo notevole del disco del decano del country, simbolo della città texana di Austin, Willie Nelson? Con “God’s Problem Child”, ad 83 anni affronta apertamente il tema del domani, che nel suo caso è una spirituale e profetica conversazione allo specchio sulla mortalità.
Gli esempi potrebbero continuare.

Un bell’articolo sempre di Rolling Stone di inizio anno riassumeva in modo decisamente efficace la situazione della musica americana che ritornava verso le sue origini country-folk: “Nell’era del racconto alternativo della realtà e di una retorica allarmante, tre accordi e la verità sono divenuti più importanti che mai“. Un certo ritorno alle cose semplici, più difficili da contraffare, sarebbe quindi la cura per questa mancanza di punti di riferimento che è stata causa o effetto, ormai è difficile capire pure questo, di tanti sconvolgimenti musicali, artistici, politici e sociali. In fondo la musica non è altro che uno dei modi in cui la nostra civiltà esprime se stessa in un dato momento.

Se l’arte, come la musica, s’è presa una pausa di riflessione per guardarsi alle spalle e ritrovare i propri passi perduti, tornare veramente indietro però non si può, poichè dalla rielaborazione del passato nascono comunque cose nuove, nuovi semi che diventeranno piante domani. E allora godiamoci anche questo momento di nostalgia agro-dolce senza però indugiare troppo, perchè il più delle volte “abbiamo nostalgia del passato anche perchè ce lo siamo dimenticati (Roberto Gervaso)“.

 

Luca “Luker” Rossi
Redazione ZioMusic.it

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