Intervista a Tony De Gruttola

Come artista e musicista ritengo che una delle cose più importanti per fare belle cose sia cercare di essere sempre coerenti con se stessi, con il proprio feeling del momento, poichè in questo modo si riesce ad essere connessi con chi ci ascolta. Come giornalista penso più o meno la stessa cosa, e questo a volte rende le cose più complicate, altre invece le rende estremamente semplici. Semplici perchè fare un’intervista e decidere che taglio dare a quello che chiederai diventa molto istintivo quando ascolti il disco di chi ti starà davanti e senti che è stato realizzato con grande cura, grande passione e, soprattutto, raccontandosi davvero attraverso la propria musica.

Questa strana presentazione per Tony De Gruttola vi darà spero la chiave di lettura migliore per questa chiacchierata con questo chitarrista italiano di grande talento.
E’ un chitarrista riconosciuto e con un bagaglio di esperienze di vita e musica alle spalle che lo hanno portato a scrivere quello che, secondo me, è uno dei migliori dischi strumentali degli ultimi tempi usciti dalle mani di un nostro connazionale.

tony de gruttola

ZioMusic.it: Ciao Tony, vorrei partire chiedendo a te, che sei un chitarrista stimato del panorama italiano, qual è lo stato della chitarra in Italia e fuori dall’Italia. Sembra che grazie a YouTube e ad un certo rinascimento anche del genere acustico, ultimamente ci siano molti talenti che si stanno mettendo in mostra. Tu che sensazione hai?

Tony: Ciao Luca e ciao a tutti! Brutte sensazioni purtroppo… [Ride] Scherzo dai!
Come ho spesso dichiarato nelle interviste sono un po’ perplesso, confuso; in realtà un buon 80% dei musicisti vivono YouTube come palco e non più come ottima vetrina per farsi conoscere e attirare persone ai propri live. Intendo dire che poi dal vivo vedi sempre le stesse persone che spesso fanno tutt’altro rispetto a ciò che suonano nei video! Ancor peggio, vedo chitarristi perfetti nei 40 secondi di video e che poi nella realtà non sanno suonare niente oltre al ‘branetto’ studiato ore e ore per la telecamera!
Di certo comunque l’utente sembra appagato nel mettersi davanti al PC a guardare ed ascoltare i propri idoli ed ha sempre meno bisogno di uscire di casa per andare ad un concerto. Finiremo per fare i tour e i concerti direttamente in streaming! La musica e i musicisti vanno vissuti dal vivo, meglio qualche imperfezione live che l’assoluta perfezione ‘finta’ dei video, questo è ciò che penso.
YouTube come vetrina non come unico palcoscenico. Allo stesso tempo condivido l’idea che grazie a YouTube tutto si sia un po’ ‘risvegliato’. E’ anche vero però che le occasioni per suonare un certo tipo di musica soprattutto inedita sono davvero inesistenti.

tony de gruttola

ZM: A testimoniare la tua idea personale di chitarra solista c’è il tuo nuovo disco “Out of my Visions“. Se dovessi descriverlo in tre parole,  quali sceglieresti?

Tony: “Fuori dalle mie visioni”, “Tutti i sogni che ho sognato”…”Ascolta la mia anima”, “Ovunque in un giorno qualunque”…
…non tre parole ma quattro titoli… [tratti e tradotti proprio da questo ultimo disco, ndr]

ZM: Ora, a parte questo gioco, posso dirti che il tuo disco a mio avviso è tra i migliori dischi di chitarra che ho sentito quest’anno. E’ come se fossi riuscito a chiudere un cerchio che per molti chitarristi risulta sempre incompleto. Melodia, ritmiche, suoni, composizione, arrangiamenti, tecnica chitarristica e registrazione, sono tutti davvero di alto livello. Immagino che dietro ci sia uno sforzo notevole. Puoi raccontarci come sei arrivato a questo risultato?

Tony: Grazie per l’analisi e le belle parole.
Si, devo dire che è stato un notevole sforzo durato un paio di anni. Ho lavorato tanto alle composizioni cercando di raccontarmi e cercando di suonare per la musica e non per ‘stupire’: volevo un disco di brani cantabili e che si facessero ascoltare e riascoltare, il resto non mi interessa, non più. Anche la tecnica ho cercato di metterla a disposizione dell’armonia, ho cercato di contestualizzarla, a volte anche a discapito dell’effetto “shred”.
Volevo essere convinto di ogni nota ed ogni suono e per questo insieme a Daniel Bestonzo, tastierista polistrumentista e co-produttore artistico del disco, ho lavorato tantissimo agli arrangiamenti. In particolare gliarrangiamenti di basso, batteria ed archi ho potuto, grazie alle incredibili doti di programmatore di Daniel, realizzarli per come mi ‘suonavano’ in testa e senza compromessi.
Abbiamo praticamente registrato l’intero album nel mio home studio per poi risuonarlo insieme alla band al Punto Rec Studios.
Credo molto nelle pre-produzioni!

ZM: Quello che sento, e che mi piace molto anche qui, è un missaggio ed un’amalgama del prodotto finale parecchio ‘all’americana’. Il suono è ben coeso e gli arrangiamenti sono ben bilanciati nel mix, pur sacrificando un po’ la complessità. L’impressione complessiva è di un bel suono rotondo che premia la tua tecnica e le tue idee e rende il disco molto piacevole da ascoltare. E’ una mia impressione o hai ricercato volutamente questo tipo di prodotto finale?

Tony: Hai colto nel segno! Si, ho cercato questo risultato e per una volta volevo un disco che in quanto a suoni potesse stare vicino a quelli delle grandi produzioni americane. Almeno ci ho provato!
Devo dire che la mia fortuna è stata la produzione voluta da Marco Barberis e Fabrizio Argiolas, proprietari del Punto Rec Studios di Torino, che mi hanno messo a disposizione il banco Neve e lo studio più bello, compresi pianoforte a coda, Hammond Leslie e piano Rhodes.
I ragazzi, ovvero Simone Rubinat al basso, Daniel Bestonzo alle tastiere, Hammond e ‘piani’ e Stefano Incani alla batteria, hanno suonato tutto in maniera impeccabile. Non c’è praticamente editing per loro, per me un po di più! [Ride]
Archi e pad a parte, è tutto assolutamente vero! Quindi la differenza l’ha fatta Fabrizio Argiolas come produttore e sound engineer del disco.
Ci tengo anche a ringraziare il mio socio e amico fraterno Miky Bianco per l’amicizia, i consigli, i tanti insegnamenti e questo bel viaggio che stiamo facendo insieme; Silvia Brumana per la grafica e il design (ha realizzato tutti i miei ‘pupazzetti’); Tony Di Vietri per l’impaginazione e la mia fotografa di fiducia Ilaria Coradazzi.

tony de gruttola

ZM: Facciamo un altro gioco di immaginazione. Pensando a questo disco tra cinquant’anni, se dovessi scegliere altri due grandi dischi a fianco del quale mettere “Out of my Visions” ‘sullo scaffale’, quali sarebbero e perchè?

Tony: Beh, ce ne sarebbero ben più di due. Direi comunque “Surfing With The Alien” del maestro Satch [Joe Satriani, ndr] e “Passion and Warfare” di [Steve] Vai, che sono gli album che hanno dato il via a tutto.
Poi dovrei aggiungere “Pornograffiti” e “Three Side to Every Story” degli Extreme, “Tears of Joy” di Tuck & Patty, “Images & Words” ed “Awake” dei Dream Theater, “Dire Straits” dei Dire Strairts, “Back in Black” degli AC/DC, poi i Deep Purple, Malmsteen, Pink Floyd, Led Zeppelin, Fabio Concato, Mina, Fossati, gli Screaming Headless, Greg Howe, Neil Zaza, Miles, Coltrane, Baker, l’Electric Band, Scofield, Metheny, Henderson, Tafolla e mi fermo dai!

tony de gruttola

ZM: Ho letto che dietro ad ognuno di questi pezzi c’è una storia che senti molto tua. E’ un disco quindi riflessivo che contiene un fil rouge?

Tony: In realtà si, in particolare i quattro brani che ho citato prima.
Racconto in musica gli ultimi dieci anni di vita musicale e non, vissuta intensamente, fatti di gioie, dolori, vittorie e sconfitte, traguardi superati e scelte a volte difficili, ma… 10 anni vissuti! Un percorso di maturazione come musicista, insegnante, imprenditore e ancor prima come uomo.
Si, credo che “il filo rosso” sia il percorso di maturazione.

ZM: Raccontaci un paio di storie che hanno fatto nascere questi pezzi.

Tony: Per esempio “Listen to my Soul” racconta il bisogno che qualcuno ti ascolti, che ti capisca. Sono una persona molto introversa, che ha veramente difficoltà ad esternare le proprie emozioni a parole e quindi a volte lo faccio nel modo sbagliato e con una maschera che non rappresenta veramente il mio io interiore. Ho scritto questo brano praticamente in 3 ore credo. Poi ovviamente l’ho sistemato ma la tessitura armonica e gran parte della linea melodica l’ho scritta veramente tutta d’un fiato, in presenza di una persona per me speciale a cui tengo tantissimo che in quel momento stava riposando sul mio divano dopo un lavoro che avevamo fatto. Osservavo quanto questa persona apparentemente forte e sicura nella vita fosse indifesa e fragile mentre dormiva, mentre le maschere e le ‘protezioni’ sono abbassate, e mi ci rivedevo, mi ci rispecchiavo. Ovviamente non farò il nome di questa musicista, anche se non ci sarebbe nulla di male. “Listen to my Soul” rappresenta in qualche modo quel bisogno di abbassare la guardia, essere davvero se stessi. Una cosa che credo appartenga a molti artisti.

“Domino Effect” invece è legata ad un periodo della mia vita molto, molto difficile in cui attorno a me per assurdo tutto andava bene, l’unica cosa che non andava bene ero io. Sono quei periodi in cui si fa il punto della situazione e ci si guarda allo specchio.
“Domino Effect” racconta di una ‘visione’ che ho avuto. Ero io in miniatura ed ero in mezzo al gioco del domino, quello con le tavolette in cui basta spingerne una per innescare la caduta di tutte le altre. Ogni tavoletta rappresentava qualcosa con cui dovevo fare i conti per ripulirmi dentro e andare avanti. Il solo da mille note rappresenta appunto la caduta velocissima delle tavolette del domino.

Un’altra storia è “Not True”, brano rivisto e riarrangiato presente nel mio primo album ma sempre attualissimo. Racconta la storia di due persone, un ragazzo e una ragazza, che si incontrano e in maniera superficiale iniziano un percorso insieme, poi proprio a causa di quella superficialità, in cui si vuole vedere solo ciò che fa comodo, iniziano i problemi. Finita la la nube della passione travolgente, quella che non ti fa vedere nulla, si comincia a scoprire quale veramente sia la realtà e scopri che niente di quello che che c’era era vero. “Not True”, mal tradotto lo so.

L’ultimo che ti racconto è un brano che mi rappresenta visceralmente: “Anywhere In Any Day” o “Ovunque In un Giorno Qualunque”. In questo brano racconto il mio disagio nell’essere lontano da casa, dalle mie cose, dalle mie certezze. Il pezzo racconta come ogni volta cerco di ritrovare la mia casa e i miei affetti, ovunque io vada, perché penso che in fondo la vera casa ognuno di noi l’abbia dentro di se.

tony de gruttolaZM: Non posso non farti la domanda sulla strumentazione che hai usato nel disco, sia perchè è un classico, ed i classici si rispettano, sia perchè i suoni del disco sono molto belli e sono personalmente curioso.

Tony: Le mie chitarre sono: P.R.S. Custom 24 e Custom 22, la mia vecchia Strato Blackie dell’89 e una Telecaster coi [pickup] Di Marzio, una Strato Jeff Beck signature, una Gibson Les Paul ed una ES 135. Sono tutte equipaggiate con corde Dogal Carbon steel e Chrome steel 010-44 (set sviluppato per me da Dogal) e 010-46.
Ho amplificato tutto con testate Cicognani Luxury 120, Imperium H150 e un prototipo della nuovissima Naked della Gurus (www.gurusamps.it). Della Luxury H150, equipaggiata con valvole 6L6, ho usato il canale clean come fosse una mono canale. Poi ho usato un vecchio Fender Concert con coni JBL per alcune parti clean. È un modello particolare, come un Twin Reverb ma più cattivo.
Come pedali uso un Carl Martin Plexi-Tone, appena dopo la chitarra per sporcare leggermente tutto quello che viene dopo. A seguire, overdrive Vemuram Jan Ray e distorsori KOR Oracle o Leadstar, esclusivamente per le ritmiche distorte, suonate generalmente con la Tele. Sempre per i suoni ritmici, ho usato la Luxury con valvole 6L6, sporcata con il Vemuram Jan Ray o il fantastico Sexy Drive della Gurus (pedale eccezionale!) e una cassa 4×12” equipaggiata con coni Celestion Vintage 30.
Per i soli invece, la Imperium H120 con valvole EL34: ho spinto il canale Lead 2 con un boost della
Vinteck staccando tutto il resto. Boost, testa, cassa e basta: alla vecchia. Ho ripreso la cassa con un microfono Shure SM57 e un Sennheiser MD421.

tony de gruttolaZM: Il tuo disco è disponibile anche su Spotify, una piattaforma di ascolto anche gratuito. Molti altri chitarristi invece sono totalmente contro questo modello di fruizione della musica. Da cosa deriva questa scelta e cosa pensi di questo tema?

Tony: Mah, in realtà non è stata una mia scelta ma della produzione.
Sono comunque una persona coerente ed ho l’abbonamento a Spotify, come quasi tutti i miei colleghi, quindi troverei incoerente non trovarci anche il mio album.
Non credo comunque che il problema della musica sia causato dai i vari Spotify, ITunes, Amazon, Google Play e via dicendo. Queste sono solo la ciliegina su una ‘torta’ preparata molto prima che questi portali esistessero.
I problemi sono stati i costi di produzione sempre più alti, fino al ridicolo, con conseguente aumento del prezzo di vendita del prodotto finito. Prezzi altissimi in periodi economicamente sempre più tristi.
Il problema vero è che nessuno rientra più dei costi di produzione, perché non si vende più, e si cerca di fare più concerti possibile perché è l’unica speranza di guadagnare qualcosa.
La nota positiva è che peggio di così questo Paese non può andare, sotto tutti i punti di vista. Quindi la situazione potrà solo migliorare… Spero…

ZM: Nel disco c’è un brano “All The Dreams That I’ve Dreamed”. Se qui dentro ci sono veramente tutti i sogni che ha sognato, ora ti è rimasto qualche sogno per il futuro?

Tony: Il mio più grande sogno è che le cose per questo Paese si sistemino al più presto. E lo spero non per me ma per le nuove generazioni e, se ne avrò, per i miei figli.

Info: Tony De Gruttola

 

Luca “Luker” Rossi
Redazione ZioMusic.it

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