Intervista a Paolo Pallante

Per questa estate 2015, così calda e piena di progetti anche per noi di ZioMusic.it, vi abbiamo riservato un’intervista molto particolare.
Non fatico a dire che inizialmente la traccia di questa intervista doveva essere quella di un’artista e valido cantautore della scena italiana che ci spiegasse come sia possibile auto-prodursi quasi al 100% nell’epoca della musica 2.0.
Scoprirete invece che, ascoltando il disco di Paolo Pallante, “Ufficialmente Pazzi“, le domande che ne sono scaturite con naturalezza hanno reso questa conversazione probabilmente ancora più interessante di un pur sempre utile vademecum su come produrre un disco indie.
Da Paolo Pallante non mi aspettavo certo risposte banali, e non sono rimasto deluso, come credo non rimarrete delusi voi nel leggerle.

Paolo Pallante

ZioMusic.it: Credo che la prima domanda, anche se può sembrar banale, dovrebbe essere: chi è Paolo Pallante?

Paolo Pallante: Non è affatto banale e ti spiego come la penso: in genere si parla di ciò che una persona fa, di ciò che una persona possiede o di ciò che vorrebbe fare. Questo lo trovo banale, per quanto tipico dei nostri tempi, così come di ogni epoca. Partire invece dal concetto di “essere” mi sembra un ottimo incomincio. Se tutti potessimo finalmente partire da ciò che siamo e smettere di individuarci con il lavoro che facciamo, ad esempio, avremmo una società più felice e cosciente. Comunque, per risponderti, sono una persona, con molteplici attitudini, una delle quali è scrivere (e suonare) canzoni. Sono un uomo felice, innamorato della vita e della bellezza in tutte e sue forme, sono curioso di imparare da chi sa più di me e anche di chi ne sa di meno perché comunque avrò qualcosa da imparare, sono testardo e giocherellone, di umore variabile con estrema facilità e piango quando gli atleti vincono le medaglie olimpiche.

ZM: Ti ho fatto questa domanda perchè so che tu hai coltivato questa tua musica per anni, coronandola con un disco davvero ispirato e bello. Mi piacerebbe che tu spiegassi qui come sei arrivato ad ottenere questo disco, poiché so che molti nostri lettori sono musicisti che vorrebbero produrre un loro lavoro e farlo ad un ottimo livello come te, pur non avendo i budget e la spinta delle grandi major discografiche.

PP: Credo che il disco in sé sia solo una piccola parte del percorso, la parte finale. Riuscire a condensare il lavoro di anni in poche (o tante) sedute di registrazione è davvero una cosa ardua. Io, personalmente, non miravo al disco ma alla realizzazione di un progetto, un’idea, un percorso che ora si sta sviluppando e che contiene anche il disco. Credo anche che oggi sia diventato possibile fare dischi di buona qualità un po’ per tutti, almeno dal punto di vista tecnico (!), basta sapere cosa infilarci dentro…e dopo tanti anni a lavorarci su, sapevo alla perfezione cosa volevo. Il tempo è una cosa fondamentale e prendersi il tempo giusto è la cosa più importante ma è praticamente impossibile quando hai le discografiche alle costole, e io non ne ho. Ho fatto tutto da solo, non credo sia una cosa di cui vantarmi, ma di fatto le cose stanno così. Il mercato è quello che è, nessuno investirebbe i soldi che io ho investito nel mio progetto, perché chi investe soldi vuole soldi in cambio e nessuno fa più i soldi con il cantautorato. Soprattutto nessuno può credere in un progetto quanto ci credi tu che investi su te stesso…
Ci sono due strade: essere ciò che davvero sei o fingere di essere altro e tentare una strada che ti stritolerà. Se sei un bravo autore di canzoni pop, puoi sperare di trovare buone produzioni pop, magari con buoni investimenti, se sei (come me) un chitarrista-cantautore-farmacista-vegano-scrittore bisogna che ti trovi un altro lavoro. E così ho fatto. Semplicemente ho lavorato sodo, ho messo da parte i soldi che mi servivano, ho preso coscienza di come volevo che fosse il disco, mi sono circondato degli amici e dei musicisti (nel mio caso per fortuna coincidevano) che ritenevo i migliori per il tipo di progetto e poi sono partito. Quando ho avuto difficoltà mi sono fermato, ho chiesto consiglio, ho preso pause. Per due volte ho rifatto il disco ripartendo da zero e ho potuto farlo perché il “capo delle operazioni” ero io. Certo sono stato fortunato ad avere vicino amici meravigliosi e musicisti superbi, ma tutto questo si costruisce con la lealtà e la dedizione per la musica e le persone. Oggi sono soddisfatto e so di aver fatto bene il mio lavoro.

Paolo Pallante

ZM: “Ufficialmente Pazzi” è il titolo del tuo disco uscito a marzo di quest’anno. Il titolo del disco è anche un brano in esso contenuto, ma ho come l’impressione che il tuo messaggio nell’utilizzarlo come titolo sia più generale. Qual è?

PP: Il brano parla di una storia vera, una storia di follia e di tenerezza. Il titolo volevo che fosse questo perché tutto il progetto, oggi molto più ampio, è partito da questa canzone. In senso più allargato mi piaceva dare a questo titolo anche la sfumatura e il significato più ampio di un “uomo folle” che ormai non possiamo non riconoscere come tale. Non che servisse l’imprimatur del Pallante (eheheh!) però mi piaceva dirlo chiaro, esprimerlo definitivamente. A riguardo, basta pensare che l’uomo è l’unica specie animale che si sta auto-distruggendo, devastando l’ambiente che lo ospita e tutte le specie viventi che abitano lo stesso pianeta. Se ci mettessimo ad analizzare seriamente le azioni che in media compie l’uomo (visto come società) non potremmo dare altra definizione a questo “Uomo” se non pazzo o peggio, stupido.

ZM: Parliamo ora invece del brano “Ufficialmente Pazzi”. Scrivendo del mondo della follia manifesta, sembra che tu voglia usarla come metafora per dire che un po’ di pazzia è necessaria nel mondo, “come i lenzuoli la domenica” appunto, per combattere altre malattie della nostra società.

PP: La pazzia non è necessaria, né saprei dirti cos’è. So solo che non esiste un limite tra ciò che è folle e ciò che non lo è. La follia, molto spesso, è solo la definizione che si da a comportamenti che esulano dalla norma e come sappiamo la norma non è affatto detto che sia in grado di individuare l’azione giusta. Anzi, spesso è il contrario. Ti faccio proprio l’esempio della mia scelta vegana: in termini numerici è una scelta folle perché praticamente tutti fanno una scelta diversa. In questo senso mi sono sentito spesso “un folle”, spesso me lo hanno anche detto eppure non possiamo parlare di follia, ma di appartenenza a un gruppo: la maggioranza o la minoranza. Sarà il karma, ma anche in questo caso appartengo alla minoranza. I lenzuoli, alla domenica nei paesi, sventolano appesi alle finestre, come bandiere, come ricordi di qualcosa che dovremmo sapere ma che lasciamo correre, steso al vento.

Paolo Pallante

ZM: Tutto questo tuo messaggio si fonde appunto con la tua scelta di vita vegana. Una scelta che per molti può sembrare fondamentalista quasi come le scelte opposte, come recenti fatti di cronaca hanno evidenziato. Molti che fanno questa scelta si sentono come missionari, tu come l’hai maturata e poi fusa con la tua musica?

PP: Fino a trent’anni ho mangiato di tutto e anche se avevo fatto studi scientifici non mi chiedevo assolutamente né da dove venisse quel cibo né che impatto avesse su di me e sulla natura. Un giorno me lo sono chiesto e non ho potuto far altro che prendere atto della verità. Amo fare scelte coerenti, dire delle cose e farle. Del resto come potrei essere credibile e come potrei pensare di essere una “persona”? La stessa cosa mi chiedo riguardo a chi professa il valore della vita ma uccide in continuazione, senza neanche porsi la domanda. La società dell’apparenza ci fa vedere uomini e donne che dicono una cosa e ne fanno un’altra e questo ormai è considerato normale, nessuno si incazza per questo. Io si. E sono coerente con le mie scelte, non riuscirò a farlo al 100% ma di sicuro ce la metto tutta.

ZM: Mi è piaciuta molto anche “Andiamo in pace”. Anche qui c’è uno sguardo poetico su quelli che spesso vengono chiamati “gli invisibili”. Gente dimenticata, che però nella tua canzone riesce a trovare “d’un tratto la felicità”, come una nuvola che si apre. A cosa ti riferisci?

PP: La felicità è alla portata di chi sappia riconoscere le proprie potenzialità, le proprie voglie, i desideri. Chi rinuncia a questo è triste ed è destinato alla rabbia. La società ci insegna fin da piccoli dei canoni, chi non li rispetta è “fuori” è un maledetto, un pazzo, per l’appunto. Canonicamente chi volesse rinunciare alla vita tipica, con la famiglia, la casetta col giardino, i figli, la macchina, i telefoni ecc, è guardato come uno strano, poco normale (la norma). Io conosco persone felici e decisamente fuori norma. La loro felicità è arrivata il giorno che hanno compreso la loro vera essenza e si sono liberati dal “giudizio” degli altri. In questo senso anche la vita “classica” di famiglia, casa e cena col televisore acceso è bellissima. L’importante è che sia ciò che davvero vuoi. Se per un attimo riusciamo a sospendere il “giudizio”, vediamo tutto questo molto molto meglio.

ZM: In gran parte questo disco è stato editato e mixato da te. Il risultato è professionale, complimenti. Come hai sviluppato queste competenze e qual è il tuo background tecnico?

PP: Ho avuto la fortuna di lavorare per quindici anni con uno dei più grandi fonici italiani: Maurizio Montanesi. Certo, io suonavo, lui faceva il fonico ma l’amicizia e la voglia di imparare mi hanno permesso di acquisire quel minimo di competenza che serve se hai delle idee e vuoi realizzarle. Come dicevamo prima non è più il tempo del “io suono la chitarra, voi pensate al resto”. Almeno per me non è mai stato così. Ho sempre fatto da solo e quello che non ho fatto da solo ho imparato a farlo mentre lo faceva qualcun altro. L’importante è saper riconoscere quando abbiamo bisogno d’aiuto, quando è necessario l’apporto di un professionista che fa decollare il lavoro con uno schiocco di dita. Quello che so fare lo faccio, il resto la affido sempre alle persone che credo possano farlo meglio di me ma accompagnati dalla mia sensibilità, dalla mia, si fa per dire, “direzione”. Ritorniamo sempre allo stesso punto: bisogna sapere cosa si desidera da una canzone, da un disco, da un arrangiamento e più in generale dalla vita.

ZM: Sei un polistrumentista, nel disco suoni diversi strumenti. Qual è il tuo strumento principale?

PP: Chitarra senza alcun dubbio.

ZM: Ci puoi descrivere la tua strumentazione principale?

Uso prevalentemente chitarre semiacustiche. Una 125 Gibson con i P90 degli anni ’50, una Gibson 295 sempre con i P90 e ultimamente una 335 sempre con i P90. Tutte equipaggiate con leva Bigsby, lo so è un po’ all’antica ma l’adoro. Come ampli attualmente sto usando un normalissimo Fender DeLuxe ’65 che trovo sempre favoloso. A volte lo accoppio con un Victoria Amp se mi trovo in situazioni che lo permettono. Uso pochi pedali ed effetti, al massimo un riverbero esterno della Electro-Harmonix e un vecchissimo distorsore della Boss che neanche so come si chiami.

Paolo Pallante

ZM: Sei un innamorato degli strumenti anche come oggetti “di culto” o li consideri solo strumenti?

PP: Oggi come oggi il mio rapporto con gli strumenti è molto cambiato. Ne ho avuti di favolosi e sono comunque un “fissato” per le cose vecchie, ma la mia priorità è che suonino alla grande e non mi diano problemi. Molti strumenti nuovi hanno queste caratteristiche e così non mi faccio problemi a suonare una 335 ancora con l’etichetta se suona bene. Inoltre non sto con la paura di rovinare una vernice originale del 1964…

ZM: “Tutto quello che resta” ti vede in questo disco a fianco di Alex Britti che ha suonato diversi strumenti e arrangiato il brano. Raccontaci com’è nata questa collaborazione e, soprattutto, perchè Alex è “intimamente convinto che tu sia un messicano di Tivoli”.

PP: Io Alex siamo amici di vecchia data ed è stato divertente lavorare insieme su questo pezzo. Ricordo che stavo in Val d’Aosta per dei concerti e mi chiamò per dirmi che aveva avuto un’idea su questo pezzo che avevamo canticchiato un po’ di tempo prima, giocherellando con le chitarre sul divano. Così andai a registrare la base di chitarra e voce in uno studio vicino Aosta, trovato sulle pagine gialle e gli mandai la base. Poi cominciammo a lavorare a distanza mentre io ero in giro e lui stava a Roma. Il tutto è continuato per un bel po’ finchè non abbiamo trovato il testo giusto e l’arrangiamento buono.
Mi fece ridere tanto quando mi disse che secondo lui dovevo inserire nel testo questa cosa del “mucha passion” e io rimasi un po’ esterrefatto. Al che mi disse, ma si, tanto tu sei teatrale, a metà tra un messicano di Tivoli e Tonino Carotone! Aveva ragione e così fu.

Paolo Pallante

ZM: Infine, anche se questa è stata un’intervista che mi è piaciuto mantenere per buona parte su binari meno convenzionali del solito per ZioMusic, non posso esimermi dal chiederti cosa farai ora. Immagino che da te ci si debba aspettare qualcosa di altrettanto poco convenzionale.

PP: Sono appena tornato da un tour europeo che ha toccato Francia, Belgio, Olanda e Germania e che si chiamava “Pazzesco tour”. Durante il giro abbiamo acquisito un sacco di materiale in forma di interviste e colloqui con tutte le persone incontrate, parlando del concetto di follia e di normalità. E’ stato quasi uno studio “sociologico” che mi ha arricchito tantissimo. Abbiamo suonato nei posti più incredibili, dalla foce di un fiume, a una fabbrica abbandonata, da un ex monastero a un laboratorio di falegnameria. Tutti posti non convenzionali come non convenzionale è il mio far musica. In autunno questo progetto riprenderà il suo cammino, evolvendosi in qualcosa che non posso ancora dire.

Potrete scoprirlo su www.pallante.net

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