SIAE: sei ragioni per abolire il monopolio

Il titolo che ho scelto per questo editoriale non dovrebbe lasciare spazio a dubbi sulle opinioni di chi scrive, come penso anche gli articoli che via via in questi anni avete letto, su questo argomento. Oggi però, con l’onda anomala, per l’Italia, di riforme in cantiere da parte del governo Renzi per sbloccare il nostro Paese, credo sia quanto mai attuale riaffermare che l’arte, la musica e la letteratura siano patrimoni non solo da salvaguardare ma da promuovere. Prima ancora della promozione, però, ci vuole un intervento deciso da parte delle istituzioni per riequilibrare una situazione che mai come in questi anni si è fatta critica in quanto a democrazia.
Sto ovviamente parlando della SIAE, la Società Italiana Autori ed Editori, che dopo la riforma dello Statuto e l’elezione del nuovo Consiglio di Sorveglianza è diventato un organismo oligarchico e tecnicamente non più rappresentativo della maggioranza dei propri iscritti.

Perchè ci sono musicisti e giornalisti che si scaldano tanto e continuamente su questo argomento? Vi chiederete.
Ecco sei semplici ragioni per cui il monopolio SIAE andrebbe abolito al più presto.

Primo
La ‘nuova’ SIAE ha una previsione di costi per il 2014 di circa 179 milioni di euro, mentre prevede di incassarne circa 153 milioni, con una previsione di perdita netta di oltre 26 milioni, contro i -24 milioni del 2013. Questo nonostante le grandi manovre del nuovo Consiglio e l’aumento sostanzioso degli ultimi anni della quota associativa richiesta (attualmente più o meno 280€ per i neo-iscritti e 150€ per gli anni successivi).
Rispetto ad una diminuzione minima dei costi di circa il 4% nel 2013 e del 2% nel 2014, la quota associativa nel 2013 è aumentata da 91 a 150 euro (+60% circa).
Ricordiamo che la quota è uguale per tutti, autori ‘ricchi’ e autori ‘poveri’ indipendentemente dai diritti ricevuti, mentre secondo il nuovo Statuto il peso del voto di ogni associato è proporzionale al suo introito SIAE dell’anno precedente il voto.

Secondo
Per riequilibrare questi conti sballati, la SIAE ha prima messo le mani nelle tasche dei propri associati, quindi ha ‘preteso’ dal Governo di aumentare il compenso per copia privata” che tutti paghiamo sulle memorie digitali (CD, hard-disk, smartphone, tablet, memorie flash e smart TV) a circa 200 milioni euro, contro i circa 70 milioni di prima.
Non proprio un bel periodo per imporre un aumento di quella che è nella pratica una tassa indiscriminata, senza per altro dare nessuna garanzia effettiva su come verranno redistribuiti o impiegati questi maggiori introiti. 

Terzo
Attualmente l’Italia e l’Austria sono gli unici paesi con un regime di monopolio nella gestione dei diritti d’autore stabilito e protetto da una legge dello Stato. Per noi questa è la legge del 22 aprile 1941, n.633, una legge partorita durante il regime fascista che certamente non aveva nella libera concorrenza di mercato e nella democrazia la sua stella polare.

Quarto
La redistribuzione agli associati dei diritti d’autore riscossi avviene in modo assolutamente poco equo e democratico. Il paniere dei media monitorati per la redistribuzione è, da anni a dire il vero, solo quello dei media mainstream. Il risultato è che tutti gli autori minori che vedono i loro brani passare faticosamente nelle radio, televisioni minori e siti internet non ricevono un solo euro per questo, nonostante queste emittenti paghino la SIAE per trasmettere. Gli autori maggiori, che hanno accesso al circuito mainstream, invece ricevono addirittura di più di quanto gli spetterebbe secondo proporzione.
Per stessa ammissione dell’ex-Presidente SIAE, Giorgio Assumma, già nel 2009 circa il 60% degli associati SIAE non riceveva alcun profitto dall’essere socio, in quanto la quota associativa per loro superava il ritorno dai diritti d’autore. Immettiamo in questa equazione l’aumento di +60% della quota associativa e la diminuzione degli introiti dovuti alla crisi. I fortunati soci in positivo diventano sempre più una specie in via di estinzione.

Quinto
Ogni associato SIAE si trova nell’impossibilità di gestire in modo libero i diritti delle proprie opere. Non solo non ha, per la stragrande maggioranza, voce in capitolo sulla ripartizione dei profitti, ma non ha nemmeno la possibilità di concederne l’utilizzo gratuito per eventi di sua scelta, nemmeno per beneficenza.

Sesto
Il Governo Monti nel gennaio 2012 varò un decreto liberalizzazioni tra le cui righe si poteva leggere: L’attività di amministrazione e intermediazione dei diritti connessi al diritto d’autore di cui alla legge 22 aprile 1941, n.633, in qualunque forma attuata, è libera.”
Questa riga e mezza è bastata per riformare completamente l’IMAIE (Istituto mutualistico preposto alla tutela dei diritti degli artisti, interpreti ed esecutori di opere musicali, cinematografiche, drammatiche, letterarie e audiovisive in genere). Perchè la SIAE non ne venne toccata? Troppi interessi in gioco, troppi soldi?
Inoltre nel gennaio 2014 ben cinque diverse mozioni, firmate da circa cinquanta parlamentari di Scelta Civica, SEL, M5S, Nuovo Centro Destra e Lega Nord, sono state presentate per chiedere al Governo di intervenire con urgenza sul mercato dell’intermediazione dei diritti d’autore in Italia e, in particolare, sulla SIAE rimuovendo il regime di monopolio. Che fine hanno fatto queste mozioni? Dimenticatoio, insabbiamento o pressioni esterne?

Queste sei ragioni sono solo le maggiori che indurrebbero chiunque a percepire la necessità di sbloccare velocemente il mercato della amministrazione e intermediazione dei diritti d’autore. Una liberalizzazione controllata porterebbe non solo all’entrata altre di società, ed alla nascita di nuove società private che potrebbero creare posti di lavoro, ma il primo grande risultato sarebbe quello di mettere la SIAE nella condizione di cambiare verso il reale interesse di tutti i suoi utenti, o altrimenti vedere i suoi associati migrare velocemente verso servizi migliori, più equi e più completi.

La dirigenza SIAE si è espressa in un passato non troppo remoto, di fronte alle critiche alla poca democrazia ed equità del nuovo Statuto, con la risposta che gli autori con i proventi maggiori sarebbero anche i migliori gestori, poichè non possono far altro che l’interesse di tutti, quindi anche di se stessi.
Scusate se faccio fatica ancora a trattenere un sorriso a questa affermazione.
Ammettendone per assurdo la verità, sarebbe bello poter chiedere allora agli stessi dirigenti e consiglieri, perchè hanno tanta paura di questa benedetta liberalizzazione?

 

Luca “Luker” Rossi
Redazione ZioMusic.it

 

 

 

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