Intervista a Ivan Ciccarelli

In occasione della sua masterclass presso Percussion Village, importante negozio milanese dedicato ai batteristi e percussionisti, abbiamo incontrato Ivan Ciccarelli, un batterista e produttore che, oltre ad avere anni di carriera alle spalle con numerose collaborazioni illustri, ha compiuto un percorso di approfondimento e ampliamento del suo strumento fino a creare una fusione straordinaria tra ritmo e musicalità.

I timbri che Ivan riesce ad ottenere con le sue percussioni sono frutto di una ricerca estrema, di una attenzione quasi maniacale verso l’integrazione del tocco, della tecnica e della tecnologia. Alla varietà timbrica Ivan aggiunge una poliedricità ritmica di primo livello che rende le sue esibizioni ricche di sorprese e invenzioni.

Ringraziamo anche Alessandro Siani, manipolatore elettronico, che ha partecipato alla clinic a cui abbiamo assistito con i suoi interventi alla console.

Prima di iniziare con l’intervista, una nostra chicca che piacerà in modo particolare a tutti i batteristi famelici e curiosi di scoprire ogni singolo pezzo del drumset di Ivan.

Ecco a voi la nostra chiaccherata con Ivan.

ZioMusic: Tu hai iniziato a suonare la batteria molto presto. Quali sono stati i tuoi punti di riferimento musicali durante la tua crescita?

Ivan: I primi dischi che ho ascoltato sono stati Led Zeppelin II, il primo vinile comprato da me personalmente a 10 anni, e subito dopo la Chick Corea Electic Band, dove David Weckl suonava la batteria e mi era stata consigliata dal mio insegnante dell’epoca.
La cosa che però mi faceva impazzire di più era il trio di Keith Jarrett con Gary Peacock al basso e Jack DeJohnette alla batteria nel disco intitolato “Changes”.
Crescendo i miei punti di riferimento batteristici sono rimasti Jack DeJohnette, appunto, Peter Erskine, David Garibaldi dei Tower of Power perché amavo anche molto il funk, Jeff Porcaro con i Toto; avevo anche una videocassetta di Terry Bozzio (Missing Person e poi Frank Zappa), e poi chiaramente John Bonham degli Zeppelin.
Ai tempi c’era un programma pazzesco che si chiamava Doc, era l’unico programma veramente live che ci sia mai stato veramente in Italia, con tre palchi e artisti da tutto il mondo che ci suonavano. Io la sera aspettavo solo di vedere chi avrebbe suonato di nuovo. C’era Marangolo con il gruppo fisso della trasmissione ma c’è passato anche Miles Davis.

ZioMusic: La tua carriera come session man professionista è iniziata con un salto mortale, direttamente sul palco in Sud America con Eros Ramazzotti. Ci racconti com’è andata?

Ivan: Era qualche anno che bazzicavo nell’ambiente qua in Italia ma il primo lavoro veramente importante è stato sicuramente quello. E’ andata in maniera molto semplice: suonavo con un gruppo fusion con Alessandro Peloso e Flavio Scopax al basso, e una sera dovevamo suonare in un locale, il ‘Nessun Dorma’ di Genova; quella sera Scopax invitò altre persone, venni notato e mi chiesero di partire per suonare in Sud America con Eros. La cosa andò benissimo. Mi sentivo di aver dimostrato che era un lavoro possibile da fare, su cui investire del tempo. Dal lato umano poi arrivare da un paesino di 5 mila persone, dal ristorante dei miei, e ritrovarsi a Buenos Aires con milioni di abitanti e hotel a 5 stelle è stato folgorante. All’inizio sembrava un film, ti vengono a prendere con questi pullman con i vetri oscurati, le location sono grandissime, i fan, tutto stravolto.

Pochi giorni dopo essere tornato ho iniziato la collaborazione con Jovanotti e poco dopo ancora con Eugenio Finardi, con cui ho lavorato molto tempo. Tutto è successo nel giro di un mese e mezzo, ma era il risultato di anni di studio e lavoro con queste persone dell’ambiente milanese, come Scopaz, Finardi, Paolo Costa, Faso e Christian Meyer, che mi hanno aiutato e consigliato.
Oltre al passaparola, che ti da la spinta, quando arrivi al punto devi dimostrare di essere all’altezza della situazione.

ZioMusic: Di tutti i live e produzioni a cui hai partecipato, di quale porti il ricordo migliore?

Ivan: Onestamente di ognuno ho dei bei ricordi. In alcuni casi apprezzi di più il lato musicale di un lavoro che hai fatto, in altri la componente umana. Ci sono anche tournee molto grandi in cui artisticamente sei un po’ limitato nell’espressione ma il fatto di girare con 60-70 persone crea un atmosfera che non è paragonabile alle serate nei club in cui suoni proprio quello che ti piace.
Chiaramente le prime sono quelle a cui sono più affezionato. Finardi è una persona a cui voglio molto bene, al di la del lavoro; e poi fino ad oggi, dopo dodici anni assieme, la collaborazione con Antonella Ruggero è quella più importante, una specie di lavoro fisso che va oltre il mio essere batterista, perché ho imparato a produrre e tante cose che si sono rivelate fondamentali.

ZioMusic: Ci racconti l’episodio o l’incidente più strano o divertente che ti è capitato nella tua lunga carriera?

Ivan: Una cosa assurda mi è capitata al Forum di Assago, un concerto molto grosso con gli 883. Durante il concerto io dovevo dare, attraverso un microfono, il via al fonico per il click in cuffia per partire con l’ADAT; ad un certo punto mi parte un click in cuffia senza che io abbia dato nessun segnale, entrai nel panico e iniziai a chiedere al fonico cosa stesse succedendo. Senza capirci più nulla decisi di partire e staccare il tempo, avendo ricevuto il via. Di fatto nessuno aveva fatto partire niente dal FOH, ma era la batteria elettronica dietro di me che usavo in altri pezzi come riferimento che era stata fatta partire dal drum roadie per sbaglio, credo urtandola. Non puoi immaginare cosa vuol dire partire in una situazione del genere completamente da solo, me ne sono accorto quasi subito ma la fortuna ha voluto che il fonico intelligentemente ha capito tutto ed ha chiuso tutti i canali. Io però questa cosa l’ho saputa solo alla fine, nessuno si era accorto di nulla, ma sono rimasto in paranoia per tutto il resto del concerto.

Un’altra volta ricordo di aver tirato un charleston addosso al ragazzo che montava le batterie. Ricordo che, giustamente, si incazzò parecchio. Durante un concerto si era rotta la catena di questo charleston e questo tipo era riuscito a cambiarmelo subito ma mi lasciò con l’altro piatto a darmi fastidio. Per levarmelo di torno, non pensando che lui fosse ancora sotto, l’ho lanciato via e l’ho colpito proprio bene.

ZioMusic: In questa master class che hai tenuto i tempi dispari o meno convenzionali la facevano da padrone. Ci racconti qual è stato il percorso per arrivare ad un drumming che integrasse con armonia questi elementi ritmici insoliti nel pop o rock tradizionale?

Ivan: Lo stimolo è stato quello della ricerca, soprattutto studiando e suonando da solo. Per i batteristi, che non hanno di solito lo sfogo creativo di poter scrivere, come chitarristi e pianisti, armonie e melodie, capita spesso di sperimentare molto per cercare di proseguire nel proprio percorso senza ripetersi troppo. Suonare un 4/4 come lo suona Steve Jordan è davvero difficile ma dopo un po’ si sente la voglia di avere sotto mano materiale diverso.
Negli ultimi anni poi per lavoro mi è proprio capitato di registrare questo tipo di cose e quindi mi sono dovuto anche preparare professionalmente a certe richieste che talvolta ti fanno. Il trio Mirkovic, ad esempio, recentemente mi ha chiamato per registrare questo pezzo in 11/8 che però risulta molto musicale. L’importante è far diventare i ritmi dispari naturali come un 4/4.

ZioMusic: Negli anni, nelle produzioni discografiche, le mode hanno cambiato molto in fatto di suoni. Tu, avendo anche una lunga esperienza di registrazione in studio, sei un batterista che ha cambiato molto con il tempo oppure hai un tuo suono ben preciso in mente?

Ivan: Ho cambiato tantissimo, senza però seguire le mode, se non in occasione dei tour in cui ti chiedono cose molto specifiche. Mi è capitato di fare tour anche solo da percussionista, facendomi vedere le cose anche da un’altra prospettiva. Ho lavorato con un quartetto d’archi suonando solo quattro cose: un udu, l’hang, uno shaker e un cajon. Per me è stato stranissimo ma formativo, abituato ad avere sempre la mia batteria. Un esperienza unica che mi ha richiesto di creare un set per l’occasione e spostarmi parecchio dal mio solito.
Chiaramente quando ti chiama un produttore che sta producendo un disco mainstream che deve avere successo anche seguendo i trend, si aspetta che tu capisca quello che ti chiede e ti adatti.
Ora il lavoro è molto meno di una volta, è più difficile farsi chiamare in studio, anche per la triste fama degli italiani di non essere molto preparati che fa spesso preferire musicisti stranieri. In questo contesto bisogna saper essere molto poliedrici, negli USA invece c’è un panorama di strumentisti molto specializzati che lavorano particolarmente su un certo genere o suono.

ZioMusic: Sappiamo che sei anche produttore. Quali sono i tuoi progetti al momento?

Ivan: Ho già realizzato un mio disco e nel 2010 dovrebbe uscire il secondo, inizierò a registrare proprio in questo periodo. Sarà impostato proprio sul tipo di ritmi di cui parlavamo prima, ritmi dispari e complessi. La mia idea con questo disco è quella di realizzare un lavoro proprio per come sono io ora, per la musica che mi piace fare e diffondere. Sarà quindi un progetto a nome mio dove dare sfogo a tutti i miei interessi del momento.

ZioMusic: Progetti per il futuro di Ivan Ciccarelli.

Ivan: Io ho imparato a pensare al futuro al massimo, andando molto oltre, fino a mezzanotte del giorno in corso. Adesso non mi preoccupo per il futuro in maniera particolare, quello a cui tengo maggiormente è il fatto di migliorare in modo costante, di diventare un musicista migliore approfondendo lo strumento e godere di questa cosa.

Info: www.ivanciccarelli.com

Info: www.percussionvillage.it

 

Luca "Luke Reds" Rossi
Redazione ZioMusic

 

 

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