Intervista a Tuck & Patti

Non è mai facile introdurre degli artisti che hanno una carriera lunga come quella delle due persone che stiamo per introdurre nell’intervista di questo mese. Con Tuck (Andress) e Patti (Cathcart) però è quasi impossibile esprimere a parole l’aura che li circonda; non tanto il grande rispetto che tutti portano loro per l’esperienza ed il livello sublime della loro musica, quanto per quello che questi due artisti esprimono con tutta la loro vita. Le parole che potrei usare direbbero che Tuck e Patti hanno plasmato la loro musica secondo una filosofia che parla di energia da dare e ricevere attraverso ciò che si ama fare. 

E’ inutile discutere, tra chi è un razionalista e chi ha una visione romantica dell’arte, se la musica sia fatta soprattutto con la mente oppure con il cuore, come sostengono Tuck e Patti. Il risultato è quello che conta e le esibizioni live di questi due musicisti lasciano sempre dentro qualcosa di speciale.

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Ecco il saluto di Tuck & Patti a voi lettori di ZioMusic.it

ZioMusic: Con questo sono 31 anni che suonate assieme. Come guardate alla vostra evoluzione artistica e come pensate che la vostra musica sia cambiata nel tempo?

Patti: Saranno 31 giusto tra un paio di settimane.
Tuck: Penso che il cambiamento principale sia stato il nostro voler approfondire sempre di più il concetto da cui siamo partiti. Questa è una decisione che abbiamo preso molti anni fa, ovvero di lavorare solo chitarra e voce. C’è tutta una parte tecnica ovviamente, e credo che siamo migliorati negli anni, però c’è soprattutto molto cuore in quello che facciamo.
Credo che il vero obbiettivo sia quello di aprire i nostri sentimenti sempre di più alla gente e quindi far si che la gente che ci ascolta sia ispirata a fare lo stesso verso di noi e gli altri.

ZioMusic: E cosa avete trovato andando sempre più in profondità nel vostro mondo?

Patti: Credo che come musicisti ci sentiamo sempre meno impauriti dal silenzio. Quando inizi sei molto zelante e vorresti riempire ogni secondo, oggi ci rendiamo conto di riuscire meglio a far crescere la nostra musica, lasciando anche lunghe pause che creano molta più tensione e aspettativa che una musica fatta di troppe note. Per me è un concetto molto sublime quello di coltivare l’arte del suono e del silenzio assieme. E’ un viaggio che dura tutta la vita, non finisce mai.
Tuck: Dal punto di vista tecnico una cosa che ci ha fatto crescere tanto è stata quella di esserci ascoltati per 27-28 anni nei monitor ‘in-ear’ (monitoring auricolare, ndr). Maggiori sono i dettagli che riesci a sentire maggiori sono i dettagli che riesci ad aggiungere alla tua musica per farla evolvere. Posso dire che il nostro sistema ci permette di sentirci molto bene a vicenda.
Questo fa una grande differenza. Spesso si sente di musicisti che fanno un concerto e poi si lamentano di non aver sentito bene questo o quello strumento, e questo vuol dire che non stavano realmente suonando assieme, non stavano dando il meglio.

ZioMusic: Posso chiedervi come mai avete atteso 10 anni prima di pubblicare il vostro primo disco e il vostro primo contratto discografico? Pensate che i giovani artisti di oggi pretendano di raggiungere il successo senza avere l’adeguata esperienza?

Patti: Sicuramente per alcuni questo è vero. Altri artisti, parlo principalmente del jazz, hanno capito invece che devono prendere e andare in giro a suonare. E allora li vedi salire su questi bus enormi e girare continuamente per cercare di far conoscere la loro musica e allo stesso tempo fare esperienza. Però è vero che ci sono anche così poche possibilità oggi che tutto diventa difficile. La pressione sugli artisti è subito alta, fin dall’inizio. A volte si è costretti a sfruttare quei pochi ‘spot’ di visibilità che arrivano e cogliere il momento per fare un disco anche se in realtà non saresti pronto a farlo.
Però se ci penso anche quando abbiamo iniziato noi era difficile, per altri motivi. C’erano forse molte più band e la competizione ti suggeriva di fare subito un disco. Noi abbiamo cominciato a suonare e le case discografiche hanno iniziato a chiamarci all’incirca dopo il primo anno ma eravamo noi a rifiutare perché non ci sentivamo pronti. Ci dicevano che eravamo pazzi a non accettare, sembrava che facessimo i preziosi a dire “No, grazie” per un tempo così lungo.
E’ stata una scelta personale. I discografici ci chiedevano di mandare un nostro demo ma noi semplicemente non ne avevamo uno e la risposta più comune era “Voi non capite, le case discografiche non chiamano i musicisti di solito!”. Gentilmente abbiamo rifiutato a lungo e abbiamo atteso, suonando il più possibile, la situazione giusta e una consapevolezza maggiore della nostra musica.

La situazione è difficile perché non permette molto ai giovani di farsi esperienza e vivere allo stesso tempo di quello che fanno. Paradossalmente un ragazzo che entra in una band oggi e suona in un club guadagna meno di quello che prendevamo noi trent’anni fa o al massimo la stessa cifra, però trent’anni dopo. 50 o 60 dollari a sera se sei fortunato, senza le spese. Ma ci sono anche molte band che arrivano a pagare per suonare in certi locali, devono vendere i biglietti e dare soldi ai proprietari. Bisogna essere davvero creativi per fare carriera.

ZioMusic: Quindi, se ne avete uno, qual è il vostro consiglio per chi entra oggi nel mondo della musica?

Patti: Aprite una vostra etichetta discografica e fate della vostra musica il vostro business, non quello di altri. Per fare questo però bisogna prima sapere davvero quello che si vuole fare e applicarsi molto. Se hai una visione, tienila sempre stretta.
Poi bisogna suonare sempre, il più possibile, ovunque. Puoi crearti anche gli spazi dove suonare. In Inghilterra ad esempio un sacco di musicisti vanno a suonare in strada e fanno più soldi di quelli che vanno a suonare nei locali [Ridono].
Il sogno di tutti i musicisti è quello di avere qualcuno che arriva e dice “Tieni, ecco un sacco di soldi per fare quello che vuoi”. Questo non accade praticamente mai. Oggi è come giocare nell’NBA, ci sono centinaia di scuole, migliaia di persone che cercano la loro chance. Il music business è come l’NBA, la chiamano la Top Ten proprio perchè non c’è molto posto. Bisogna capire però che non bisogna per forza essere delle super-star per vivere di musica dignitosamente.

Tuck: Non tutti arrivano i limousine, non tutti devono volare con il jet privato. Il 99% dei musicisti arrivano in un furgone e guidano il proprio bus.
Quello che io ho sempre pensato utile per un musicista è di tenere sempre una sorta di posto segreto per la propria musica, uno spazio immaginario che nessuno possa toccare. Questo non vuol dire essere completamente impermeabili alle critiche e al feedback di chi ascolta però le decisioni che riguardano la musica devono sempre venire da te soltanto.
Capita di essere fortunati, fare un disco e vederlo avere successo. Allora cominci a girare un sacco di posti diversi e incontri molte persone che vogliono parlare con te, darti consigli e sapere cose. Ecco, quando poi sali sul palco tutto questo devi dimenticarlo, lasciarlo fuori per ritrovare la tua vera personalità. Non bisogna confondere il business con la musica, altrimenti sei nei guai. Non hanno nulla in comune.

ZioMusic: La vostra filosofia nelle registrazioni è quella di fare tutto come in un live. Avete mai avuto la tentazione di fare un disco con più strumenti e arrangiamenti più complessi?

Tuck: L’abbiamo fatto pochissime volte, solo per progetti speciali o per occasioni particolari. In ogni caso per noi avere più strumenti vuol dire al massimo avere un sax o un’armonica, non di più. Abbiamo fatto un disco speciale per il Giappone in cui c’era un violoncello su alcune tracce e un pianista/tastierista in altre; è stato divertente ma per noi la cosa migliore è quello che facciamo sempre, solo noi due. E’ come giocare a calcio e chiedermi se sarei bravo a giocare a basket, non ha molto senso.
Patti: Noi veniamo dalle band, ci siamo nati musicalmente parlando e quindi non è vero che non ci piace, è fantastico quando suoni con tanta gente, se c’è feeling tutto sembra perfetto, ordinato e magari stai solo improvvisando. Però la nostra intensità deriva anche dal fatto di essere sempre al centro della scena, di non essere mai superflui o ridondanti. Abbiamo costruito il nostro stile sul fatto di essere due che suonano e cantano come uno, e questo forse sarebbe impossibile se fossimo in molti.

ZioMusic: Nel vostro sito (Link) c’è una sezione tecnica che impressiona per quanto è esaustiva e particolareggiata. Voi siete noti per essere praticamente i fonici di voi stessi, con un comportamento tra i più professionali ed esigenti durante il soundcheck.
Lo stesso Angelo Tordini (nella foto sopra assieme a Tuck) quando mi ha detto di avervi parlato dei suoi cavi della Reference Laboratory (leggete anche la nostra intervista a Tordini), è rimasto stupito di quanto siate dentro l’argomento e meticolosi nella scelta del vostro setup.
La tecnologia aiuta i musicisti a liberare la propria creatività oppure è una continua lotta solo per avvicinarsi al proprio suono ideale?

Patti: La tecnologia con il suo progredire, se utilizzata nel modo giusto, ti aiuta a dimenticarti della tecnologia. Spendiamo, noi due, un sacco di tempo a fare i soundcheck e parlando con i tecnici del suono per ottenere il risultato migliore. E’ giusto conoscere alcune cose per poter parlare la stessa lingua con chi lavora per te in quel momento e rendere a tutti le cose più facili. Ci vuole un sacco di tecnologia per far si che tutti quelli che ti stanno ascoltando sentano il suono nel modo più puro e fedele, come tu sei davvero. I limiti sono quelli che si sentono, se tutto è perfetto la gente si dimentica di tutto e ascolta solo te.
Tuck: Il nostro progetto è praticamente acustico, la nostra performance si avvicina sicuramente più a quella di un gruppo che suona musica da camera piuttosto che ad un concerto rock o jazz. La tecnologia è fantastica, e ci sono generi o cose che sono divenute possibili solo grazie ad essa. Molta della musica di Michael Jackson sarebbe stata impossibile da realizzare cinquant’anni prima, e ci sono molti altri esempi in cui grande musica si basa sulla tecnologia che utilizza. Nel nostro caso non è così ma ce ne serviamo per arrivare con una qualità sempre più alta ai nostri ascoltatori nei live.
Per quanto riguarda i dischi questo periodo è un po’ paradossale. La qualità di ascolto, a causa dei supporti digitali, si è abbassata di colpo. Ora la musica si ascolta sui lettori mp3 o addirittura dai cellulari o nelle suonerie, quindi mentre il livello di qualità delle registrazioni è salito vertiginosamente, l’anello finale della catena è quello più debole, con una qualità spesso scadente.
Noi però pensiamo che tutto conti e che alla fine si senta. Se per esempio io durante le registrazioni cambio un cavo nel mio setup, quello cambierà il mio suono e devo far si che vada nella direzione che io desidero, perché alla fine si sentirà. Certo in mp3 queste differenze si riducono ma chi ascolta davvero la musica sente tutto.
Patti: E’ un po’ triste [ride] quando hai finito di registrare un disco e senti il risultato attraverso i monitor dello studio e tutto suona come vuoi, poi pensi che tutto deve finire in un cd o un mp3, addirittura, e la qualità che tu ascolti non se la godrà mai nessuno.

Foto: Antonella Diamanti

Info: www.tuckandpatti.com

Info: www.myspace.com/tuckandpatti

 

Luca "Luke Reds" Rossi
Redazione ZioMusic

 

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