Umbria Jazz 2009 – Parte Terza

Giovanni Tommaso è dal 1986 direttore di Umbria Jazz Clinics, un’istituzione del jazz italiano per quanto riguarda il contrabbasso jazz. Il suo progetto Perigeo negli anni ’70 fu una delle formazioni più innovative e ispiratrici del panorama italiano. Oggi è anche titolare della cattedra di musica jazz al Conservatorio di Perugia, oltre che essere attivo sulla scena musicale con diverse formazioni tra cui l’ultima, nata nel 2007, Apogeo, come erede naturale del quintetto Perigeo. Proprio con Apogeo cerca, con una soluzione quasi completamente acustica, vie contemporanee che esprimono la modernità attraverso la ricerca intensa del linguaggio compositivo, delle ritmiche e delle armonie.

Personalmente ho potuto incontrare una persona umile e lungimirante, che col suo parlato discreto trasmette una passione profonda per la musica, curiosità per i cambiamenti e che riesce a sintetizzare nei discorsi la sua prospettiva romantica e saggia assieme. Un musicista di primo livello che ha saputo mettere la sua esperienza a servizio dei giovani che vogliono imparare.

ZioMusic: Umbria Jazz si conferma una manifestazione non solo per ascoltare grandi musicisti ma anche per aiutare a crescere i musicisti di oggi e di domani. Puoi parlarci del programma Berklee Summer School di quest’anno?

G.T.: Permettimi di fare una premessa. Noi da 24 anni, dall’anno in cui sono stato nominato direttore artistico di Umbria Jazz Clinics, abbiamo fatto una scelta precisa. Si prospettavano due possibili cammini: usare grandi solisti e metterli tutti assieme per aprire una scuola, così come avveniva prima che arrivassi io, oppure affidarsi ad un istituzione solida ed affermata come Berklee. Io scelsi insieme a Carlo Pagnotta (non solo ideatore del Festival ma anche Presidente di UJ Clinics, ndr) la seconda ipotesi. Andammo a Boston e conoscemmo il grande Lee Eliot Berk, da cui il nome Berklee, il preside dei corsi Gary Burton, famoso vibrafonista, e lo stesso Larry Monroe che hai potuto conoscere qui in veste di Preside odierno, allora responsabile per gli affari internazionali; assieme ci mettemmo d’accordo per fare questa sperimentazione di un anno. Ne sono passati 24 e siamo ancora assieme saldamente in pista, questo la dice lunga sullo splendido rapporto che abbiamo con loro e sul successo del progetto.

Eccomi, impietosamente sorpreso di prima mattina, assieme a Giovanni Tommaso (sx) e Larry Monroe (dx).

Collaboriamo inoltre da anni ormai con Angelo Tordini e la Reference Laboratory, partner tecnico sia di UJ che UJ Clinics, per fornire tutto l’occorrente agli allievi per imparare meglio e poi esprimersi al meglio. Loro ci hanno sempre assistito con grande gentilezza e professionalità, permettendoci di dare un servizio sempre migliore anno dopo anno.

Noi facciamo corsi di due settimane, che poi si traducono in 12 giorni lavorativi effettivi, aperti a quasi tutti gli strumentisti. Non abbiamo alcune classi, come violino o flauto ad esempio, ma abbiamo iscritti che suonano questi strumenti che sono inseriti nelle classi più affini come la chitarra o il pianoforte per il primi e il sassofono per i secondi. Ce n’è per tutti.
Sono corsi in cui si insegna sia la tecnica dello strumento che la teoria e armonia. C’è molto lavoro sull’improvvisazione essendo un corso principalmente rivolto ai jazzisti. Poi ci sono delle lezioni speciali collettive che trattano argomenti specifici e che i ragazzi possono frequentare secondo i loro interessi.
Di pomeriggio invece il lavoro è quasi completamente dedicato alla musica di insieme. Il primo giorno gli allievi vengono divisi in tre categorie secondo il loro livello, da principiante ad avanzato, e in base a questi livelli si definiscono le classi con gruppi abbastanza omogenei per questi laboratori. Queste lezioni sono una ginnastica fondamentale dove esercitare quello che la mattina si è imparato a lezione. Servono anche per provare un repertorio che verrà eseguito durante i saggi finali.

Una delle cose più attraenti del nostro programma per i ragazzi è la possibilità che diamo di assistere gratuitamente a tutti i concerti che si svolgono all’Arena Santa Giuliana, i concerti dei big. Anche questa è una forma di educazione.

Un’altra iniziativa che, iniziata l’anno scorso, confermiamo anche quest’anno dato l’enorme successo avuto, è quella delle jam session. Dopo le 18 tutti i giorni tutti i ragazzi possono provarsi e mettersi a confronto in questo modo. Scalpitano davvero, non vedono l’ora di suonare e hanno imparato sulla base dei nostri consigli che le jam session migliori non sono le noiosissime sequenze di assoli infiniti. Ci sono dei ragazzi che suonano veramente bene.

Larry Monroe (sx), Angelo Tordini di Reference Lab (centro) e Giovanni Tommaso (dx) davanti al palco di UJ Clinics usato per i saggi e le jam session.

ZioMusic: In Italia il panorama dell’insegnamento musicale, nella musica moderna, a parte alcuni virtuosi casi appare un po’ disordinato. Tu che fai parte di una di queste realtà di alto livello cosa pensi del panorama nazionale?

G.T.: Secondo me non esiste un metodo comprovato di insegnamento che sia migliore degli altri, molto dipende dal docente. Nella musica jazz alcuni sostengono la teoria “ascolta e guardami suonare e capirai”, è un po’ fondamentalista ma ha sicuramente una sua validità. Stare a contatto ravvicinato con un grande musicista e poterlo analizzare è certamente un modo per imparare.
D’altro canto esattamente all’opposto c’è la teoria che sostiene che bisogna spiegare e spiegarsi bene in ogni dettaglio.

Tutte le metodologie sono buone ma non è detto che facciano centro su persone diverse, ognuno a mio parere deve cercare di ritagliarsi il suo spazio o programma didattico per quello che sente di avere bisogno per se stesso. Questo richiede un po’ di maturità ma è necessario per prendere una propria strada, soprattutto nel jazz.
Tutta la parte tecnica e armonico teorica sono solo l’inizio per un musicista, quello che poi determina veramente il valore di un jazzista è la personalità, l’inventiva, e quella è difficile da insegnare.

Noi siamo qui per offrire a tutti i ragazzi due settimane di apnea sulla musica jazz però poi bisogna essere sinceri con loro: prima trovano la loro strada e meglio è, come trovarla non si può insegnare. I nostri consigli sono quanto di meglio abbiamo da offrire su questo punto.

Io non voglio seminare dubbi ma essendo possibilista e avendo visto e vissuto il mio percorso e quello di tanti altri e avendo constatato che per ognuno è stato differente, credo sia difficile costruire una strada maestra che tutti possano seguire con successo.

Confronto tra fonici attorno al mixer di UJ Clinics, meglio stare alla larga.

ZioMusic: Un buon musicista non è per forza di cose un buon insegnante. I vostri corsi devono cercare di dare molto in un tempo relativamente breve. Come scegliete i vostri docenti?

G.T.: Hai puntato proprio su di un argomento che mi sta personalmente molto a cuore. UJ Clinics, come ho detto sono iniziate prima di 24 anni fa, prima che arrivassi io, e si usava una collaborazione con una università che si rivolgeva a grandi solisti jazz. Questi grandi solisti, a mio modesto parere, non erano altrettanto grandi docenti, perché non è automatico che le due qualità si trovino nella stessa persona. Ci sono ad esempio discreti jazzisti che però sono grandi insegnanti.
Proprio per questo abbiamo scelto Berklee. Loro hanno tra le loro fila musicisti sempre di ottimo livello ed hanno formato allievi tra i jazzisti più illustri: Pat Metheny, Bill Frisell, Joe Zawinull, Joe Lovano e altri ancora. La cosa più importante però è che i loro sono docenti che della professione di insegnante hanno fatto una sorta di missione. Sono sempre molto pazienti, calmi, sanno rispettare le diverse personalità e hanno la dote rara di saper mettere i ragazzi a proprio agio.
Qui c’è un clima sempre molto informale, davvero perfetto per imparare.

ZioMusic: So che ci sono anche delle borse di studio per continuare gli studi a Boston?

G.T.: Questa è una delle iniziative più importanti e ambiziose che abbiamo. Con il tempo queste borse di studio si sono rivelate sempre più fruttuose ed attraenti.
Abbiamo qui un rappresentante di Berklee College che decide a chi assegnare le borse di studio per frequentare i corsi a Boston. Tramite una serie di interviste giornaliere per capire le vere intenzioni dei ragazzi più meritevoli e se possiedono i requisiti minimi, come l’età, l’istruzione e una media conoscenza dell’inglese, lui assegna una serie di borse di studio che possono spaziare dalla copertura di un trimestre fino ad un anno intero, che poi eventualmente sono rinnovabili per merito.
Berklee impegna in questa iniziativa un’ingente somma di denaro ogni anno. Quest’anno staremo tra gli 80 e 100 mila dollari in totale stanziati per le borse di studio.

La classe di batteria jazz, incredibile, si riesce ad entrare senza tappi alle orecchie!

ZioMusic: La tecnologia ha cambiato molte cose negli ultimi 10-15 anni, anche l’insegnamento. Berklee School come si rapporta ai nuovi media ed alle opportunità tecnologiche moderne?

G.T.: Io, alla mia età [ride, ndr], credo di aver fatto giusto in tempo a prendere l’ultimo treno che portava verso il futuro della musica. Credo di essere stato tra i primi a metà degli anni ’80 ad avere acquistato un Mac. Sono molto felice di essermi avvicinato a questo mondo. Credo che altrimenti non riusciremmo a spiegare la precocità dei giovani talenti del jazz di oggi. Ci sono musicisti che già da 10-12 anni suonano in una maniera incredibile. Anni fa era impensabile.

Berklee cavalca quest’onda senza però esserne ossessionata. Sappiamo che il risultato è sempre quello di formare buoni, o meglio ottimi, musicisti, la tecnologia ci aiuta a raggiungere più persone, più velocemente e più lontano possibile.

Software come “Band in a Box” sono ampiamente utilizzati sia dagli allievi che dagli insegnanti. Le possibilità didattiche che danno software come questo sono impressionanti. Nessuno prima aveva la possibilità di avere l’equivalente di una band personale che lo seguisse progressivamente nello studio.
Si utilizzano molto anche i programmi per il MIDI capture con tastiere o chitarre MIDI. E’ quasi sconvolgente per uno come me vedere la partitura nascere direttamente da quello che stai suonando. Poi ovviamente hai tutte le possibilità di correggere, riascoltare e arrangiare su più tracce. Questo ha aiutato anche persone dotate musicalmente ma senza un background teorico importante a creare pezzi molto belli e sviluppare il proprio orecchio.

L’epoca del MIDI e dell’hard-disk recording hanno veramente cambiato tutto. Stiamo vivendo il futuro ed è importante non escludere tutto questo dall’insegnamento perché i ragazzi sulla tecnologia sono sempre un passo avanti a noi.

Quattro così in giro per Perugia li riconosci subito, sono quelli che bloccano il traffico!

ZioMusic: Umbria Jazz Clinics è più puntata sul jazz tradizionale o sconfina anche nelle infinite contaminazioni di questo genere universale?

G.T.: Qui in due settimane si preferisce dare dei punti di riferimento che siano comuni a tutti i generi e quindi possiamo definirli più “tradizionali” però non abbiamo mai avuto barriere, ognuno è libero di esprimersi come meglio crede.
Il jazz contemporaneo è un territorio sconfinato e difficoltoso a volte dove può essere facile perdersi o non capire più dove si è. Noi vogliamo insegnare anzitutto a riconoscere sempre dove stanno i punti cardinali e poi lasciare alla creatività individuale tutto lo spazio per muoversi.

Oggi è certo che manca un grande faro nel jazz, mancano delle guide come Miles Davis o Coltrane. D’altra parte più inventi e meno c’è da inventare, però c’è fermento, credimi, soprattutto nella rielaborazione di numerosi elementi provenienti dalle più diverse culture musicali. La contaminazione non può non fare parte della cultura del jazz. C’è chi si ferma ad un certo punto e chi è sempre all’avanguardia, Berklee cerca di stare un po’ nel mezzo.

Luca “Luke Reds” Rossi
Redazione ZioMusic

 

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