Umbria Jazz 2009 – Parte Prima

Ogni anno a luglio c’è una città che si trasforma e diventa musica. Ogni anno c’è una città che accoglie decine di migliaia di visitatori amanti della musica e centinaia di musicisti e studenti. Ogni anno c’è una città, Perugia, che sotto il nome di Umbria Jazz raccoglie uno dei più grandi eventi musicali del nostro paese e nel mondo.

Umbria Jazz è tutto questo e molto di più. Molto di più perché Perugia sa affascinarti con la sua storia, il suo charme antico che si riversa nelle note estemporanee dei grandi musicisti che vi suonano come in quelle degli artisti di strada che per tutta la durata del festival fanno da contorno alle esibizioni sui palchi ufficiali.

Noi di ZioMusic.it siamo andati a curiosare, e come nostro solito ci intrufoliamo dappertutto, e abbiamo percorso questa manifestazione a 360 gradi, perché Umbria Jazz è musica, Umbria Jazz è scuola, Umbria Jazz è tecnologia, Umbria Jazz è costume.

Un ringraziamento particolare va ad Angelo Tordini, titolare della famosa azienda produttrice di cavi e distributrice di prodotti musicali Reference Laboratory, nonché partner tecnico di Umbria Jazz, che oltre ad averci concesso un’interessante intervista, che potrete leggere sempre sulle nostre pagine, mi ha fatto da Cicerone nella mia permanenza permettendomi di scoprire tutti i segreti di questa grande e complessa macchina che è Umbria Jazz.

Arrivo a Perugia un giorno prima, per non perdermi i dietro le quinte, i retroscena e la preparazione degli eventi. Si può capire molto del lavoro, frenetico, di centinaia di persone che stanno dietro a chi suona e rendono possibile il tutto.
Frenetico è proprio la parola adatta. Il centro storico di Perugia e l’arena Santa Giuliana, sito del palco più grande, sembrano formicai brulicanti di operosi operai, tecnici, musicisti e organizzatori. Si avverte la tensione che precede il grande evento, l’impegno di chi sa di non poter sbagliare e deve tenere alto il nome di una manifestazione che attrae pubblico da tutto il mondo e si aspetta uno spettacolo all’altezza della reputazione guadagnata dal 1973 ad oggi.

La sera stessa voglio farmi un’idea di quello che succede a questa città in questi giorni e che tutti mi dicono avere dello straordinario. Percorro il tratto che va dai Giardini Carducci, dove è situato uno dei palchi principali, proseguo per Corso Vannucci, una delle vie principali del centro storico di Perugia, fino a Piazza IV Novembre, in cui si trova il secondo palco più grande di UJ. Ebbene, è un fiume di gente ancor prima che inizino i concerti del giorno dopo. Il tutto animato dagli artisti di strada che si susseguono uno dopo l’altro lungo tutto Corso Vannucci.
Puoi trovarti ad ascoltare il gruppo di ragazzi inglesi, un’intera sezione di ottoni e fiati, che improvvisano magnificamente standard jazz per raccimolare qualche euro per pagarsi la pensione, fino ai gruppi più collaudati e sperimentali che realizzano veri e propri concerti. Trombe, clarinetti, contrabbassi, chitarre, violini, didgeridoo fino ad arrivare a strumenti improvvisati come mattoni forati e cestini di plastica, tutto fa musica.
E’ una sensazione particolare per un musicista, categoria nella quale mi piace iscrivermi, avere attorno un panorama tanto vasto e partecipe di quello che la musica può essere e dare. Essere in mezzo al pubblico e guardare gli spettatori standovi in mezzo e non dal palco fa capire quanta passione la gente, la cui maggior parte è soltanto ascoltatore, mette e trasmette nella musica. Questo è il mio consiglio a chi non è mai stato ad Umbria Jazz. Se non ci siete mai andati, provatelo. Se l’avete provato allora probabilmente sapete quello di cui vi sto scrivendo e ci tornerete ancora.

Voglio rimanere in questa atmosfera musicale e quindi mi permetto di interrompere il mio racconto in sequenza per saltare di 24 ore in avanti direttamente alla prima serata ufficiale. Mi permetto questo per potervi raccontare quelli che sono stati i due concerti migliori, ad Umbria Jazz ce ne sono di continuo dalle 13 alle 2 di notte, a cui ho assistito: Tuck & Patti prima e Paolo Conte poi.

Tuck & Patti

Tuck Andress e Patti Cathcart sono un duo da oltre 30 anni, solo chitarra e voce, un connubio che è diventato standard grazie a loro, al loro tipico mix di musica jazz e pop che ha fatto genere a sua volta.

Non mi dilungo oltre nella presentazione perché a ZioMusic abbiamo una grande sorpresa per tutti voi che riguarda Tuck & Patti. Non voglio anticiparvi troppo ma vi dico solo che abbiamo avuto l’opportunità di conoscerli e fare quattro chiacchere.

Il concerto di Tuck & Patti è stato come al solito la comunione di grande gusto musicale, presenza scenica e tecnica notevole. Tuck & Patti sono ormai degli ospiti abituali di UJ e quest’anno hanno proposto il loro concerto ogni sera per tutta la durata del festival a partire dalle 19:30.
Se posso permettermi una nota critica, sono rimasto un po’ sorpreso, e allo stesso tempo deluso, dello spazio che è stato assegnato a due artisti di questo calibro, il tendone ristorante. Capisco la volontà e la necessità di nobilitare questo spazio commercialmente importante, capisco l’intenzione di ricreare quell’atmosfera tipica dei jazz club come il Blue Note ma purtroppo la scelta non è stata delle migliori. Nonostante l’audio, gestito dallo staff Reference, fosse perfetto, il vero pubblico venuto esclusivamente per ascoltare, e non per mangiare, ne è risultato parzialmente escluso non potendo stare che lateralmente invece che davanti al palco.

Una pecca questa che non è riuscita a sminuire di nulla il valore dell’esibizione di questi due musicisti e professionisti della musica che curano ogni minimo dettaglio della loro esibizione.
Tuck Andress, non c’è bisogno che sia io a dirlo, è un maestro capo scuola dello stile chord melody e walking bass in fingerstyle. La sua chitarra, una Gibson semiacustica L-5 CES del 1949, si trasforma in tutti gli strumenti di un’orchestra, realizza parti di basso, gli inserti dei fiati e le linee soliste della chitarra jazz tutto con una naturalezza e una continuità che riempiono lo spazio tanto da far dimenticare all’ascoltatore di avere davanti a se due soli musicisti.
Patti ha una voce calda e piena di articolazioni, usa un B&K 4011 cardioide, che scava profondamente nelle vibrazioni basse per poi salire elegantemente sempre bilanciando l’accompagnamento della chitarra e riuscendo a riempire lo spettro sonoro come poche sanno fare.
La gestione di un duo è sempre critica, come camminare su di una corda tesa, bisogna saper calibrare il proprio suono per non esagerare ma nemmeno scomparire. Bisogna avere carisma per sfuggire alla convinzione che manchi sempre qualcosa e invece fare di tutto questo spazio libero da riempire il proprio punto di forza. Tuck & Patti sono “l’esempio” per questo genere.
I pezzi ripercorrono tutta la carriera del duo, susseguendosi in un alternanza di successi vecchi e nuovi; non manca la loro cover più famosa, quella che in Italia li ha resi così celebri, “Time after time” di Cindy Lauper, come anche un bel tributo al recentemente scomparso Michael Jackson con “Man in the mirror” eseguita completamente strumentale con tocco delicatissimo da Tuck.

La perfetta intesa dei due è forse una delle cose che colpisce maggiormente. Oltre 30 anni di concerti in tutto il mondo ha fatto di questo duo una garanzia di qualità. Nonostante i pochi elementi tecnici nella catena del suono di Tuck Andress si nota una cura minuziosissima dei dettagli. L’utilizzo ad esempio del pedale volume sembra quanto di più semplice ci possa essere e invece a ben vedere rende gli incastri dinamici davvero chirurgici e quindi molto godibili.
La Gibson L-5 CES che Tuck usa da decenni è riempita di schiuma di gomma e cotone per prevenire i feedback e monta un singolo pickup Bartolini al manico che da un suono molto naturale, immagino davvero difficile da suonare. Un suono così pulito e fedele, i chitarristi lo sanno, richiede molta abilità e maestria tecnica per risultare gradevole com’è per Tuck. Molti ora vorranno farmi l’osservazione critica che nella chitarra si nota anche un pickup al ponte, in realtà quello che si vede è un guscio vuoto che, in occasioni dei live, viene riempito con un preamplificatore buffer estratto da un pedale Carrotron degli anni ’70.

Questa piccola parentesi tecnica solo per spiegare come l’equilibrio, dato da tutti questi dettagli assieme, è uno degli elementi fondamentali che rendono Tuck & Patti unici. Ogni loro concerto mi lascia stupefatto, sono un gruppo che ha una filosofia della vita e della musica molto semplice e allo stesso tempo difficilmente eguagliabile.

Paolo Conte

Ero bambino quando per la prima volta ascoltai una raccolta dei successi di Paolo Conte. Un cantastorie come lui è adatto ad attraversare tutte le età lasciando in ognuno un segno di poesia, di emozione e divertimento.
I giovani e persino i giovanissimi possono sembrare lontani dalla sensibilità di questo decano della musica italiana, le vicende narrate sono costruite spesso su sentimenti d’altri tempi, una mitologia ne antica ne moderna che sfugge ai più contemporanei. Invece la sua voce espressiva e la capacità narrativa di chi sa disegnare con la musica, creare quadri con scene fervide o livide, vivaci oppure ombrose, attraversano senza difficoltà gli strati culturali di ciascuno arrivando a toccare le corde delle emozioni, quelle che rendono la musica universale.

Paolo Conte siede a pochi metri da me, nel backstage, contornato dalla sua band numerosa e dallo staff, quando inizio a vedere volti cupi tra i tecnici e gli organizzatori. Al di fuori del tendone, sopra l’Arena Santa Giuliana, una nuvola nera accompagnata da vento e pioggia si avvicina minacciosamente. Quando le oltre 4 mila poltrone iniziano a bagnarsi le facce da cupe si fanno tremendamente serie. Il primo grande concerto sta per sfumare a pochi minuti dall’inizio. La pioggia cade ormai impietosamente.
Quando tutto sembra compromesso però lo stesso vento nemico che ha portato il rovescio lo allontana provvidenzialmente giusto in tempo per iniziare il concerto con qualche minuto di ritardo appena.

Conte si presenta sul palco accompagnato dagli applausi e dal suo pastrano nero col bavero alzato che ne danno un’aria piuttosto veneranda. Quando la musica inizia però il vento, il freddo e le nuvole ormai lontane scompaiono. La resa sonora, anche questa curata dal team Reference di Angelo Tordini, per un palco così grande è davvero notevole. Il suono è proprio davanti agli occhi, bilanciato ed estremamente definito. Io mi posiziono davanti dal Front of House, a 30-40 metri dal palco, eppure mi sembra di essere in prima fila. Allo stesso tempo in prima fila la gente non soffre, non è frustata da un volume esagerato, “magicamente” il livello e la resa sembrano essere praticamente costanti ovunque.

I pezzi si susseguono. “Alle prese con una verde milonga”, l’applauditissima “Sotto le stelle del jazz”, “Bartali” che parte in una versione intima, quasi spettrale come una storia udita da lontano e poi si scrolla la fatica di dosso e prende il volo come il grande ciclista; poi “Gli impermeabili” e ancora “Gioco d’azzardo” e “Lo zio”. Quindi chiude con “Max”, “Diavolo Rosso” e infine sotto uno scroscio, di applausi questa volta, “Via con me”.

Gli arrangiamenti sono molto belli, completi, l’orchestra è composta da elementi di primo livello come Jino Touche, contrabbasso e chitarra, il super strumentista Massimo "Pitz" Pitzianti, pianoforte, tastiera, fisarmonica, bandoneon, clarinetto e sax baritono, Daniele Di Gregorio, pianoforte, batteria e marimba, Daniele Dall’Olmo, chitarrista ritmico impressionante, e altri ancora. Tutti rigorosamente in acustico o quasi, per enfatizzare la fisicità e la naturalezza degli strumenti.
Nelle dinamiche del pianoforte di Conte affiora il sentimento, la fatica crescente, il portamento ormai celebre dei suoi pezzi. Tutta la band sembra coesa attorno a questo grande interprete che ha nella voce lo strumento più graffiante, roco e coinvolgente.

Un ultimo appunto anche per chi ha curato le luci dello spettacolo: molto bene. Su di un palco così grande, con le luci così distanti sopra gli artisti non era facile ricreare l’atmosfera intima, da club, ovattata e calda, che questa musica vuole per godere appieno anche dello spazio fisico che la circonda.

Per ora ci fermiamo qui, con la promessa di riprendere a breve il nostro racconto, con i protagonisti in primo piano di questa grande manifestazione qual è Umbria Jazz.

Ringraziamo Antonella Diamanti per le belle foto di Paolo Conte e Tuck & Patti.

Info: www.umbriajazz.com

Luca “Luke Reds” Rossi
Redazione ZioMusic

 

 

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