Chuck Berry: il primo re del Rock&Roll

Lo chiamano “Mr. Rock and Roll” ma il suo vero nome è Charles Edward Anderson Berry, noto ai più come Chuck Berry.
Indubbiamente ci troviamo di fronte ad uno dei padri fondatori del rock. Senza rimorso alcuno mi chiamo fuori dallo stanco dibattito su chi e come abbia inventato il vero rock&roll: Chuck è sicuramente uno di loro.

Pensare che la prima volta che ho sentito parlare di lui fu nella fantastica scena del film “Ritorno al Futuro” a metà anni ’80 in cui Marty McFly al ballo della scuola improvvisa “Johnny B. Goode” e il ‘cugino’ di Chuck lo chiama al telefono per fargli sentire ‘un pezzo da urlo’. Non fate quelle facce tanto lo so che siamo in tanti.
Penso che non siate ancora pronti per questa musica. Ma ai vostri figli piacerà“. Così si chiude quella scena; credo sia proprio questo quello che si sarebbe potuto dire della sua musica ai tempi in cui Berry iniziò la sua ascesa verso la leggenda.

Io allora portavo ancora il grembiule dell’asilo, quello che adesso torna di moda, se solo li avessi conservati…, e questo Chuck Berry così straniero proprio non riuscivo a tenermelo in testa. Il suo ritmo forsennato e quel “Johnny B. Goode!” urlato nel microfono super-saturo, però, quelli si che mi si attaccarono addosso come le gomme sotto le scarpe e da allora, per lo meno inconsapevolmente, il rock per me ebbe un nome e cognome.

La sua biografia è piena di episodi straordinari che fanno il paio con un personaggio che ha certamente una personalità fuori del comune. Per uno che, nato nel 1926, iniziò da giovane delinquente, con qualche anno di riformatorio per rapina, e si ritrovò nel 1958 sul tetto del mondo grazie ad alcuni dei pezzi più famosi della storia della musica moderna, non è proprio una banalità affermare che la sua vita incarna completamente lo spirito del Rock, quello spirito che avrebbe reso questo genere allo stesso tempo mitico e dannato.

La sua biografia è davvero dappertutto, Wikipedia su tutti, ecco il link.
Se volete saperne di più io personalmente consiglio di guardarvi il film “Hail! Hail! Rock and Roll”, che offre un’ampia panoramica della sua vita e della sua musica. Oltre lo stesso Chuck Berry nel film ci sono guest star del calibro di Eric Clapton, Keith Richards, Robert Cray e John Lennon, solo per citarne alcuni. Proprio quest’ultimo disse una frase che rimase famosa: “Se dovessero dare un altro nome al Rock and Roll, dovrebbero chiamarlo Chuck Berry”.

Non è possibile dire quanti chitarristi, e musicisti in generale, abbia influenzato, più o meno direttamente. Ancora oggi molti, me compreso, ascoltano i suoi dischi e suonano i suoi assoli mettendo sotto le dita quello stile scarno e rabbioso (vedi trascrizione al link a fondo articolo). Tra coloro che vennero successivamente e devono a Berry una buona parte del loro stile mi vengono da citare senza ombra di dubbio Keith Richards, dei Rolling Stones, che deve la sua mano acida per metà a Scotty Moore e per metà a Chuck Berry; George Harrison, dei Beatles, che lo cita continuamente nei pezzi più rock; i Beach Boys, che partendo dallo stile del rocker di Saint Louis, Missouri, inventarono il cosiddetto surf-rock, o rock and roll californiano; infine gli Status Quo, che sono debitori a Mr. Rock and Roll di una parte significativa del loro famoso hard-boogie rock.

E’ in errore chi pensa però che lo stile di Chuck Berry, nonostante sia stato uno straordinario innovatore, sia venuto dal nulla. Il suo modo di suonare la chitarra è un mix divinamente involontario di jazzer quali Charlie Christian e Les Paul e ovviamente di chitarristi come T-Bone Walker e Carl Hogan. “Hogan rimaneva sempre fedele ai I-IV-V, suonava principalmente quartine ed ottave e suonava perfettamente a tempo” disse Berry a Tom Wheeler nell’edizione del Marzo 1988 di Guitar Player.
Anche Muddy Waters, il suo grande padrino che lo presentò per primo alla casa discografica Chess con “Maybellene”, non è da dimenticare per quanto riguarda le influenze importanti. Non dimentichiamo che Chuck Berry era chitarrista e cantante e molto del suo stile vocale grezzo e ‘blueseggiante’ può rifarsi di certo al suo primo sponsor.
Berry fu influenzato anche da alcuni sassofonisti, tra i suoi preferiti figura Illinois Jacquet.

Le sue ritmiche vengono dal boogie-woogie, dagli arrangiamenti per big band anni ’50 e dal country.
Dal boogie prende il suo classico riff ritmico, lo standard del rock’n roll che tutti conoscono dove l’accordo di quinta ad ottavi viene intervallato con sesta e settima minore.
Dagli arrangiamenti per big band proviene in gran parte la sua tendenza ad aggiungere swing ad ogni ritmica; difficilmente suona ‘diritto’ come si vedrà invece più avanti. Oltre a questo gli inserti per ottoni delle orchestre jazz nelle sue mani diventano variazioni, trilli e frammenti di lick su più registri estremamente innovativi per l’epoca.
Il country gli regala invece quelle ritmiche con linee basso che intervallano gli accordi, sempre ad ottavi.

Parlando di accordi, Chuck Berry non ha adottato, pur avendo studiato musica alla Ludwig’s Music di St. Louis, diteggiature complesse o accordi molto diversi da quelli comunemente utilizzati nel blues. Basando per lo più i suoi lick sui box della pentatonica gli accordi in barrè sono sicuramente i suoi preferiti assieme a quelli di quinta.

Negli assoli spesso compaiono bending e double-stop. E’ una mia personale opinione ma credo che l’idea della famosa ‘Duck Walk’ gli sia venuta per imitare il movimento sincopato della mano sulla tastiera mentre eseguiva questi due suoi tipici fondamentali.
Si trovano anche moltissimi accordi di nona o sesta sia nelle ritmiche che negli assoli che rendono il suo stile solistico così riempitivo e saturo.
Di trascrizioni degli assoli di Chuck Berry se ne trovano quante se ne vuole. A fondo articolo potete trovare una mia trascrizione dei due assoli presenti in Johnny B. Goode, quello introduttivo e quello a metà brano, messi semplicemente assieme in un medley che ho suonato molte volte.

Forse quello che lo fece schizzare così in alto è il fatto che prima di lui nessuno aveva suonato la chitarra in quella maniera aggressiva e allo stesso tempo scanzonata. Diventò immediatamente un idolo dei giovani, che sono quelli che in definitiva decidono le tendenze del futuro, e decretò definitivamente il ruolo della chitarra elettrica come strumento principe del rock.

Tanti si chiedono, guardando i suoi video, perchè non esistano due versioni live uguali dello stesso pezzo di questo artista così famoso. La ragione è semplice: Chuck Berry non provava e non prova praticamente mai. Sembra assurdo ed è difficile da credere ma è così, suonava quasi sempre da solo e sul palco i musicisti che erano con lui avevano giusto il tempo di mettere insieme quello che lui diceva del pezzo e poi, terrore di ogni band, la famosa frase: “Seguite me”.
Questo alone di follia e spensieratezza, assieme all’apparente rigetto della fama che derivava da quel che cantava, lo resero ancora più celebre e lo consegnarono praticamente da subito al mito.

I suoi primi dischi con la Chess sono certamente i migliori, e tutta la sua carriera si basa sull’enorme successo che guadagnò tra il 1955, uscita di “Maybellene”, e il 1958. Dopo questo anno la sua carriera si trascinò per qualche tempo a causa di scandali controversi e traversie giudiziarie. Dopo il 1965 passo alla Mercury incidendo altri dischi ma i tempi d’oro erano finiti, la musica era cambiata nel frattempo, e Chuck sembrò rassegnarsi a riproporre dal vivo il suo mito immutato con i pezzi degli anni migliori, ben conscio che l’eredità lasciata gli avrebbe permesso di proseguire in quel modo a tempo indeterminato.

Il suono staccato e percussivo di Chuck Berry viene quasi del tutto dalle sue mani. Lo stoppato vicino al ponte e la forza con cui diteggia sulla tastiera sono praticamente tutto ciò che gli serve. Per quanto riguarda la strumentazione Berry ha sempre utilizzato chitarre Gisbon, prima una ES 350 T e poi, dopo che questo modello non fu più in produzione, passò ad una ES 355. I suoi amplificatori prediletti negli anni ’50 e ’60 erano i Fender Bassman e i Marshall con il suono pulito ad alto gain che permetteva, saturando sia le valvole che i coni, di ottenere il suo celeberrimo overdrive blues oggi riprodotto da decine di pedalini e simulazioni elettroniche.

Se volete riprodurre genericamente il suono alla Chuck Berry dovete anzitutto esercitarvi sui bending stoppati e sui double-stop. La mano destra tendenzialmente dovrebbe andare vicino al ponte, senza premere troppo col palmo.
Per quel che riguarda lo stile cercate di tornare un po’ indietro nel tempo, a quando facevate fatica a legare una nota con l’altra. Le note di Berry sono rapide ma staccate e spesso sincopate. Usando un plettro rigido e tenendo la mano pesante sulle corde dovreste cominciare a farvi un’idea di come suonare alla sua maniera.
L’ampli io lo imposterei sul canale Clean, quindi alzando il gain fin quasi al massimo raggiungete il punto in cui inizia a saturare. Quello è il punto esatto. Suonando piano avrete un pulito e premendo forte un overdrive. Niente basse esagerate come si fa oggi, tagliate pure che è un piacere ed enfatizzate un po’ i medi, mentre con gli alti correggete il suono della vostra chitarra, se non è una Gibson ES 355, fino ad avere quella sonorità lievemente nasale ma tagliente.
Non deve essere un suono di quelli belli pettinati moderni, se no che gusto c’è, è un suono ruvido, grezzo e difficile da usare senza un po’ di abitudine.

Il nostro viaggio con Chuck Berry finisce qui ma sono sicuro di avervi dato tanti spunti per approfondire e appassionarvi come ho fatto io negli anni.
Prima di lasciarvi ecco la lunga discografia di Berry in studio e live.
Come già detto gli album che seguirono il 1965 sono ormai adatti solo per gli amatori e collezionisti che non vogliono perderne nemmeno uno, la cosiddetta ‘Golden Decade’ tra il ’55 e il ‘65 è invece un pezzo di storia del rock da non trascurare.
Ci sono inoltre innumerevoli raccolte, tantissime davvero, il primo Greatest Hits è del 1964!, molto valide per chi si approccia ad un primo ascolto o chi vuole un disco riassuntivo della carriera di questo mostro sacro; se vi fidate del sottoscritto una delle migliori è The Great Twenty-Eight pubblicata nel 1982.

In Studio:

• Rock, Rock, Rock (con The Moonglows e The Flamingos) (1956)
• After School Session (1958)
• One Dozen Berrys (1958)
• Chuck Berry Is on Top (1959)
• Rockin’ at the Hops (1960)
• New Juke-Box Hits (1961)
• Chuck Berry Twist (1962)
• Two Great Guitars – Bo Diddley & Chuck Berry (con Bo Diddley) (1964)
• St. Louis to Liverpool (1964)
• Chuck Berry in London (1965)
• Fresh Berry’s (1966)
• In Memphis (1967)
• From St. Louie to Frisco (1968)
• Concerto In B Goode (1969)
• Back Home (1970)
• San Francisco Dues (1971)
• The London Chuck Berry Sessions (1972)
• Bio (1973)
• Sweet Little Rock and Roller (1973)
• Wild Berrys (1974)
• Flashback (1974)
• Chuck and His Friends (1974)
• Chuck Berry (1975)
• Rock It (1979)

• Alive and Rockin’ (1981)
• “Retro Rock” – Chuck Berry – Broadcast Week (1982)
• Chuck Berry (1982)

Live:

• Chuck Berry on Stage (1963)
• Live at the Fillmore Auditorium (1967)
• The London Chuck Berry Sessions (1972)
• Chuck Berry Live in Concert (1978)
• Chuck Berry Live (1981)
• Toronto Rock ‘N’ Roll Revival 1969 Vol. II (1982)
• Toronto Rock ‘N’ Roll Revival 1969 Vol. III (1982)
• Hail! Hail! Rock ‘N’ Roll (1987)
• Live! (2000)
• Live on Stage (2000)
• Chuck Berry – In Concert (2002)

Altri link interessanti:

Il sito ufficiale.

Una biografia e panoramica artistica piuttosto completa.

Biografia critica della vita e opere.

Video (giusto qualcuno per dare il La):

Johnny B. Goode in una trasmissione anni ’60.

Altra versione di Johnny B. Goode più avanti nel tempo, qui in Italia.

Spartiti:

Johnny B. Goode, solo medley – Pagina 1
Johnny B. Goode, solo medley – Pagina 2

Una mia trascrizione dei due assoli presenti in Johnny B. Goode, quello introduttivo e quello a metà brano, messi semplicemente assieme in un medley che ho suonato molte volte.

Luca “Luke Reds” Rossi
Redazione ZioMusic

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