Prova sullo ZioStage…

In occasione del MEET Milano, ZioMusic (con i nuovi acquisti Chitarristi.com e Bassisti.com) si presentava con due palchi. In questo articolo una serie di riflessioni sugli strumenti utilizzati per le performance.

Luca "Luker" Rossi
di
Pubblicato il 27/11/2007

Il MEET Milano ormai è alle spalle e, da quello che apprendiamo negli ultimi tempi, non è neppure sicura una sua riedizione futura.
Noi al MEET ci siamo stati ed è stata la prima volta per il nostro Network (che si presentava con le testate ZioMusic, Chitarristi.com, Bassisti.com, chitarrablog.it, bassoblog.it e protoolsblog.it) in cui abbiamo allestito, non uno, ma due palchi: uno interno al padiglione al fianco dello stand per situazioni “soft” (nemmeno tanto alla fine…) e uno esterno per il rock and roll vero!

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Un breve video delle performance nei due palchi.

La cosa interessante e che ha preso forma nei giorni immediatamente prima della manifestazione è stata la collaborazione con alcune aziende che col loro intervento hanno permesso l’allestimento dei palchi fornendoci molto materiale di qualità in “demo” senza il quale non avremmo potuto mettere in scena un evento del genere.

Abbiamo pensato dunque: “perché non dare le nostre impressioni ai lettori sui materiali e gli strumenti utilizzati”? La cosa è venuta praticamente automatica.
Riteniamo che per una redazione questa possibilità di testare i prodotti direttamente dal vivo sia una cosa del tutto nuova e abbastanza differente dalle modalità classiche di recensire i prodotti.
Ripeteremo sicuramente l’esperienza e, anzi, sono già al vaglio nuovi e stimolanti progetti…

Fatta la premessa, in questo articolo andremo semplicemente ad illustrare quelle che sono state le nostre sensazioni nell’adoperare le macchine a nostra disposizione, non una vera e propria recensione (che necessiterebbe anche si situazioni e utilizzi differenziati), più un resoconto pratico, reale, on the road. Le sensazioni di “uno di voi”, di quelle opinioni che ci si scambia tra tecnici in giro per i palcoscenici. Per questo motivo talvolta useremo anche termini poco ortodossi o poco accademici ma facenti parte del gergo comune del live. Una cosa alla ZioGiorgio Style insomma!

Nelle righe che seguono parleremo di strumenti che, lo ricordiamo, hanno permesso l’esibizione di artisti del calibro di Andrea Braido, Carlo Fimiani, Donato Begotti, Trikobalto, Vincenzo Fiore, Daniele Gottardo, Daniele Gregolin, Massimo Varini, Massimiliano Atzeni, Alessia Mattalia…e poi tecnici come Toni Soddu, Stefano Cappelli, Filippo Gabbrielli e molti altri.

L’impianto e il monitoraggio K-Array

L’impianto a disposizione era un sistema K-Array formato da 3 top Kh4 appesi e 6 Ks4 sub posti a terra per parte, per un totale di 12 sub e 6 top!
Il sottoscritto era un po’ occupato nell’ organizzazione e nell’ allestimento dello stage per le varie band che si avvicendavano sul palco (insieme al prezioso aiuto del nuovo entrato nel team K-Array, Leo Dani) e non ha seguito con attenzione le operazioni di montaggio e ottimizzazione del P.A.
Ho visto i ragazzi del “kappa” darsi molto da fare durante le giornate e devo dire che, soprattutto l’ultimo giorno, sono rimasto veramente ben impressionato da questo impianto che fino a quel momento avevo sentito solamente con un cd in play…
In effetti avere a portata di fader un mix di una band vera che suona dice molto di più di un impianto per la diffusione sonora che non l’ascolto di un cd.
La prima cosa di cui mi sono reso conto è che è un P.A veramente differente dagli altri che sono solito usare, e non poteva essere altrimenti vista la tecnologia che ci sta dietro.

(www.k-array.com, potrete trovare informazioni utili ndr)

Ho avuto bisogno di un po’ di tempo per capirlo e conoscerlo, quasi per “prendergli le misure” perché in alcuni casi reagisce in maniera molto radiografica e ha una risposta veramente pulita. Un comportamenti difficile da riscontrare su altri line array di queste dimensioni improntati talvolta ad un suono potente ma leggermente più “scorbutico” e meno lineare. La precisione del K-Array ti porta a percepire certi particolari e certe sfumature sonore che non sempre si riescono ad apprezzare davanti ad altri sistemi per il sound reinforcement live.

Dopo una giornata di concerti e un po’ di allenamento, ad esempio, riuscivo a sentire con precisione le variazioni della campanatura del parametrico su alcuni strumenti, con la possibilità di agire più di “fino” rispetto a come faccio di solito; una cosa che da grande soddisfazione e sicuramente molto stimolante.
Se anche la parte bassa in questa configurazione con 6 sub per parte non manca di certo, rimane sempre abbastanza dolce, mai aggressiva o scomposta. Intendiamoci, il sound dei sub non è quello di un tipico 2×18 a radiazione diretta, ma l’impianto scende sufficientemente in basso per dare le giuste emozioni sui suoni più gravi di cassa e basso. Se devo dirla tutta non è il tipo di suono che preferisco per la parte bassa, forse perché sono più abituato a un sound più “cattivello”, tipico di altri famosi sistemi made in Uk, ma siamo nella sfera del “personale”…
Altra riflessione è legata al numero di unità KS4 (sub) presenti: dodici in totale sono un bel numero per un palco di queste dimensioni e un numero adeguato per avere una risposta potente anche nell’estremo basso di gamma per questo tipo di impianto.
Va detto però che la presenza nei bassi era molto profonda e la pressione generale dell’impianto a regime veramente importante; con tutta probabilità un set sovradimensionato per il nostro palco e per la location in cui era posizionato (la tettoia della struttura che sovrastava il palco poi non aiutava certo l’audio ndr).
In certi momenti, quando il mix risultava bello pulito (merito di musicisti straordinari ndr), mi veniva l’insana voglia di dare “manetta” all’impianto attirando le ire dei colleghi nell’adiacente sala stampa che si trasformava in discoteca, il volume sembra non finire mai!
Punto di forza a mio avviso la parte media e medio-alta: sempre intelligibile, morbida e mai aggressiva. Questo range di frequenze non restituisce mai quella sensazione di suono “tagliente” e “penetrante” riscontrabili su alcuni sistemi line array (veri o presunti…), col risultato di riuscire a lavorare al meglio su voci, chitarre, pianoforti che riacquistano sfumature sonore spesso dimenticate in situazioni dal vivo …
Anche le alte frequenze, pur essendo ben in evidenza, rimangono sempre ascoltabili e mai fastidiose, anzi, in alcuni strumenti si riesce a percepire quell’”aria” tipica (vedi ancora voci) che da respiro e apertura a tutto il mix.
Le poche volte che mi sono riuscito a spostare dalla postazione FOH ho potuto verificare la coerenza di fase nelle varie zone della location.
Mi spiegavano i tecnici K-array che la coerenza di fase è dovuta al progetto dei diffusori stessi che conservano un’assoluta simmetria sulla linea mediana verticale.
Dimenticavo di dire che a lato palco non c’era nessuna traccia di finale di potenza, il “Kappa” è attivo e processato.

Il monitoraggio di palco era affidato ai nuovi monitor Km-8 che sfruttano il concetto del line array per migliorare direttività ed emissione (suggerisco un approfondimento sul sito del produttore ndr).
Beh, sono monitor piccolissimi, leggeri e con un sacco di suono; il finale consigliato e prodotto dalla stessa K-Array è altrettanto piccolo e leggero. Nessun artista di quelli che si sono avvicendati sul palco – alcuni dei quali abituati veramente ai grandi palchi – si è lamentato per il monitoraggio (a parte il nostro Guido Block dei Four Tiles al quale avevo lasciato spento il monitor per errore, sorry Guido…ndr). Ho sempre verificato un certo margine di volume prima del GBF (gain before feedback).
Essendo in regia FOH non ho avuto modo di ascoltare con calma i monitor, ma quanto basta per capire che suonano parecchio soprattutto in relazione alle loro dimensioni e al piccolo altoparlante da 8’’.

Il mixer: il “piccolo” tra i grandi di Yamaha, l’ LS-9

Per il mixer abbiamo deciso di adottare in questa occasione uno Yamaha LS-9 32. Personalmente conosco bene praticamente tutti gli Yamaha digitali (escluso forse il pm-1d usato una sola volta dal vivo aimè…) e il “piccolo” LS-9 sembrava la soluzione più semplice e comoda.

In effetti in una superficie di controllo piuttosto contenuta e leggera: si hanno a disposizione 32 ingressi analogici, 16 uscite “omni out” assegnabili, eq grafici e parametrici, due processori di dinamica per canale, effetti di ambiente, modulazione e ritardi e un routing di segnale veramente potente e flessibile (consiglio vivamente l’uso del software Studio Manager che semplifica ulteriormente la gestione). Uso spesso questo mixer e non nascondo che mi intrigava non poco anche la possibilità di registrare live direttamente collegando una semplice memoria USB nell’apposita presa.
Già, per chi non ne fosse a conoscenza, l’ LS-9 ha un slot per connettere una qualsiasi penna USB e schiacciando un paio di tasti si è pronti per registrare. No, non potete attaccare un pc portatile per registrare, ve lo dico subito…
Sarà che ormai ho preso una certa dimestichezza, ma l’ LS-9 si è rivelato veramente adatto alla dimensione live del nostro ZioStage, anche in quei momenti concitati in cui capisci di preciso quanti sono a suonare solo quando salgono tutti sul palco davanti a te (quanti di voi sono sicuro capiranno cosa voglio dire…ndr)
Insomma, “apri e vai”, tanto per capirsi. Parto spesso da una scena base che nel tempo mi sono configurato e, anche in questa occasione, richiamavo il setting ogni volta che saliva un nuovo gruppo. Semplicemente mi sono memorizzato le impostazione “standard” per una rock and roll band: batteria, un basso, un paio di chitarre, un paio di voci e qualche mandata aux già aperta sui monitor nei quali più o meno, per esperienza, sapevo andasse un po’ di monitoraggio (le voci un po’ ovunque, basso nel monitor della batteria, armonie nel monitor del cantante…).
Una volta presa dimestichezza con l’interfaccia e la superficie di controllo del mixer le operazioni di mixing diventano semplici e veloci. Personalmente trovo talmente comoda la possibilità di visualizzare curve di equalizzazione, grafica di intervento dei compressori e dei gates che quasi mi trovo spaesato tornando ai banchi analogici che non offrono un’altrettanto efficace monitoraggio grafico.
Detto questo, vorrei affermare senza voler fare troppa dietrologia, che l’LS-9 è un mixer che suona bene, sia a livello di conversione (anche se in questo caso il discorso è complicato e capirete poi perché…) sia a livello di dinamiche e di effettistica.
Dico “suona bene”, perchè penso che uno strumento musicale debba suonare con una certa qualità – non certo assoluta – sopratutto in relazione alla tecnologia usata e ai materiali impiegati, quindi anche in relazione ai costi. Stiamo parlando di un mixer digitale live di fascia media (Yamaha stessa ha modelli di fascia più bassa e più alta) che svolge perfettamente i compiti che necessita una situazione di concerto di dimensioni piccole come poteva essere il nostro guest stage del MEET.
Considerazioni sulla sommatoria e e sugli stadi di preamplificazioni meriterebbero prove più minuziose e approfondite che magari faremo…
E’ anche d’obbligo specificare che con un LS-9 32 si potrebbe fare anche molto di più da quanto fatto da noi, ma in questa occasione con una sola console abbiamo risolto tutti i problemi, scordandoci outboard esterni, cablaggi aggiuntivi, mixer di palco e via dicendo…
Quello che segue è un breve estratto audio in mp3 della registrazione effettuata in diretta di alcune parti delle esibizioni sullo ZioStage.
Il file è stato solamente normalizzato ed editato con tagli, fade-in e fade-out.

Per ogni altra informazione: www.yamaha.it

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Estratto audio in mp3 192Khz direttamente registrato dal mixer Yamaha LS-9.

Il “serpente” digitale…

Una “scommessa” intrigante era quella di ideare e configurare uno stage “full-digital”, o meglio, che usasse il più possibile apparecchiature digitali, quindi anche trasporto del segnale che contemplasse tecnologia digitale.
Le alternative nel mercato non mancano di certo ma più o meno tutte in una fascia economica che prevede un esborso di euro piuttosto importante. Era nostra intenzione ricercare un prodotto più “abbordabile”, che potesse rientrare più facilmente nei piani di budget di tanti service e rent che verosimilmente affrontano situazioni come la nostra.
Il Digital Snake di

RSG group by Roland

si pone proprio in una fascia di mercato di questo tipo, pur facendo tutte le cose che si richiedono ad un sistema di trasporto multiplo digitale del segnale, conserva un prezzo di vendita di qualche migliaia di euro.
Abbiamo deciso di impiegare il Digital Snake avendola vista una sola volta alla passata edizione del Musik Messe di Francoforte.

Devo dire che sia il cablaggio che il funzionamento sono talmente immediati che non serve molto tempo di pre-studio per l’ utilizzo diretto, giusto una piccola letta al PDF scaricabile dal sito nel viaggio verso Milano (www.rolandsystemsgroup.net)
Aiutati nella messa in loco e in un primo approccio dai product specialist RSG, dopo appena una mezz’oretta eravamo pronti ed operativi con 16 canali in ingresso e 8 in uscita dalla nostra postazione FOH.
In realtà i canali a disposizione sono 32 ma in questo caso, per comodità, ne abbiamo cablati solo sedici. Per la cronaca per arrivare a 32 sarebbe bastata solamente un’altra “frustina” di segnale dall’unità posta in regia FOH al mixer.
In tutta onestà è stato molto difficile capire come realmente suoni il Digital Snake, un pò per la situazione da “festival” e con tempi sempre molto ristretti, un po’ per il fatto che con la configurazione da noi adottata (Digital Snake e Yamaha LS-9) il segnale passava da due differenti preamplificatori…
Altro un caso in cui la prova meriterebbe maggior perizia.
Quello che è certo e che ho ascoltato dei convertitori molto puliti e con una headroom apprezzabile.
Il palco spento era assolutamente silenzioso e il binomio con l’impianto di K-array, anch’esso completamente digitale, facevano spesso dubitare sulla reale accensione del P.A.
Cari vecchi fruscii…addio!

Tornando al Digital Snake mi sento di dire invece che il vero punto di forza è la semplicità di utilizzo garantita certamente anche dall’unità esterna per il controllo remoto (interfacciata tramite semplice protocollo RS 232). In uno chassis di dimensioni molto compatte sono racchiusi i controlli per i canali, gain, channel pair, phantom, inversione di fase, pad controllabili attraverso pochi tasti e pensati in una disposizione molto pratica e intuitiva.

Le operazioni un po’ meno visibili si effettuano con una semplice combinazione di tasti, peraltro più o meno simili e comuni a quelle che si ritrovano in altre macchine in commercio.
Il piccolo remote control diventa quindi l’unità fondamentale da avere sempre a portata di mano durante il lavoro e da questa unità, oltre ad aver accesso alle varie funzioni sopra descritte, si ha sempre un chiaro quadro visivo dei livelli del gain e dei fatidici led rossi sui canali che indicano il clip, la tanto scongiurata (dipende…) saturazione del segnale in ingresso.
Per avere invece il livello preciso di guadagno attraverso il meter orizzontale bisogna selezionare il canale e affidarsi ai due grandi e luminosi meter posti in orizzontale.
Ma il Digital Snake permette anche una cosa interessantissima: la possibilità di registrare in multitraccia servendosi di un computer con un qualsiasi sequencer audio che ne supporti i driver.
Nella pratica il software per la registrazione “vede” il Digital Snake come una qualsiasi unità audio con relativi canali in entrata, quindi nella pratica ben 32 canali di multitraccia!
Non siamo riusciti a provare la cosa in occasione del MEET perché il computer a nostra disposizione era basato sul nuovo Windows Vista che, all’epoca, sembrava non volerne sapere di rilevare il driver.
Ci siamo lasciati con i product specialist di RSG con la promessa di riprovare la funzione registrazione con più calma alla prima occasione utile, e l’occasione la troveremo…

Il parco microfoni:

Ovviamente per far suonare strumentisti e far cantare dei cantanti servono dei microfoni. Bella scoperta direte voi! Ma il “solito” problema è “quali microfoni?”
Sono dell’idea che il microfono, il trasduttore, sia parte fondamentale del suono che si vuol ottenere e la tipologia e il successivo posizionamento influenzano non poco il risultato finale di una ripresa (l’avessi detta io per primo questa cosa…ndr).

Per l’occasione è arrivato al nostro stand un bello scatole pieno zeppo di microfoni forniti da Exhibo, scelti tra Neumann e Sennheiser: mica male!
Quello che avevo chiesto ai referenti di Exhibo

(www.exhibo.it, importatore e distributore per l’ Italia dei marchi appena citati) era semplicemente un kit standard per batteria, qualche microfono per la voce e un paio di radio microfoni.

Quello che con gradita sorpresa mi è arrivato era invece un set con ampia scelta, ricca soprattutto sul versante “voce”, che mi ha permesso di fare qualche prova in più.
Come Sennheiser ho adoperato fondamentalmente un Evolution e-935 e un sistema radio ew-335 G2, praticamente la versione wireless dello stesso microfono, mentre sul versante Neumann un KMS 105 (ipercardiode) e un KMS 104 (cardioide).
Avevo poi a disposizione 4 condensatori a capsula stretta e-614 (supercadiodi) due stupendi e-606 (sui cabinet delle chitarre sono i miei preferiti ndr), un e-602 specifico per cassa due e-604 per rullante e 5 o 6 e-608 che mi avevano mandato probabilmente per i tom.
Parto proprio da questi ultimi, perché pur essendo ottimi microfoni, li considero perfetti per amplificare i fiati. A testimonianza di ciò proprio la pratica pinza a “collo d’oca” che è studiata per l’utilizzo sulla campana dei fiati e mal si presta invece ad essere collocata sui tom.
Comunque con un po’ di attenzione e qualche intervento di equalizzazione non è impossibile tirarci fuori anche un bel suono di tom anche in virtù della loro buona sopportazione ai transienti.
Risultano un po’ carenti in quanto a effetto prossimità, molto utile in certe occasioni e su alcuni pezzi di batteria (floor-tom)

Per la cassa, se devo dire la verità, ho sempre preferito un “collega” di un’altra marca (che non faccio fatica a citare, AKG D112) probabilmente per abitudine mia e per una minor colorazione dello stesso rispetto all’ e-602 che avevo a disposizione. Il vero problema per la cassa però era la mancanza di un’asta da tavolo che permette un posizionamento più efficace del microfono: mi sono dovuto un po’ arrangiare con posizionamento di fortuna pregiudicandone un po’ il suono alla base.
Rullante ripreso egregiamente da un e-904 per il main e un e-604 per il bottom con comodissime clip veramente poco ingombrati, particolare da non sottovalutare affatto. Compressione decisa, un’aggiustata sulle frequenze un po’ “risonanti” dello snare della CVL Drum – di cui vi dirò a breve – un filo di gate reverb e via!
Per charly e over head ho usato 3 e-614, microfoni che conoscevo meno ma che si sono rivelati all’altezza di altri modelli simili e più blasonati. In un contesto live e abbastanza “chiassoso” come questo mi è stato difficile apprezzare a pieno la sensibilità e le sfumature di tali condensatori che meriterebbero invece una prova in studio in condizioni di ripresa e di ascolto più tranquille…
Senza eguali invece gli e-606. Due, posizionati sui due altoparlanti del Marshall combo utilizzato da Andrea Braido o sul 4×12 Bughera – metteteci ovviamente anche il manico di chi suonava! – e il suono era un muro. Pochissimi ritocchi di equalizzazione (passa alto a 60-70 Hz), una leggera compressione e un pan pot quasi estremo.
Sempre molto definiti, a fuoco, con attacco deciso e una pienezza avvolgente sulle frequenze basse, le uniche che necessitano qualche accorgimento in più. Gli e-606 a mio avviso tendono ad avere una risposta corposa sulle medio basse e, a seconda del loro posizionamento, possono restituire un po’ troppo “boomy”. Tutto ovviamente in relazione al suono di base.

Per le voci, con a disposizione i microfoni di cui vi parlavo prima, c’era da divertirsi.
Da sempre apprezzo il suono degli e-935, trovo che abbiamo un’ ottima sensibilità e un certo carattere, un colore timbrico che potrei definirei pieno e definito. Se poi si unisce una buona dose di compressione e un filo di delay ribattuto il gioco è fatto.
Praticamente identici – con una compressione intrinseca tipica dei sistemi wireless – anche gli ew 335 G2. Nessun problema di portanza riscontrato sia con base ricevente sul palco che con base alla regia FOH.
I KMS 104 e 105 erano altri due microfoni che avevo voglia di ascoltare bene. Si sente dire che il loro uso live sia “ostico” per la grande sensibilità che porterebbe facilmente al feedback, non so, mai avuto di questi problemi, anzi ho sempre notato una linearità e una pulizia tipica di microfoni di alto livello.
Con cantanti bravi – leggi intonati e con un’ottima tecnica vocale – si riescono a sentire molte delle sfumature, tipiche delle sessioni in studio. A mio avviso il meglio di sé lo danno con voci pulite e con un’emissione decisa e abbastanza potente. Ecco, se siete cantanti che “cantano poco” occorre lavorare molto di guadagno sul preamplificatore col rischio di riprendere anche suoni non desiderati…

Il backline

Il backline, gli strumenti: tanti e di prima qualità.
Cominciando dalla batteria CVL Drums in un set veramente completo composto da cassa, rullante, 5 tom, piatti, meccaniche, soft case: perfetta!
Ero stato messo in guardia solo di una cosa: mi si diceva che la cassa della batteria non necessitasse di alcun riempimento per “smorzare” il rilascio del suono. Molte batterie, pur suonando bene, hanno bisogno del classico asciugamano da inserire dentro il fusto proprio per cercare di “fermare” risonanze fastidiose.
Questa cassa è stata accordata e amplificata; purtroppo, come dicevo poco sopra, senza asta da tavolo è stato un po’ sacrificato il suono della cassa stessa che preferivo con meno “punta”.
Rullante, tom, floor-tom sempre perfettamente accordati e intonati fino all’ultimo dei 4 giorni di utilizzo intenso, in cui la stessa è stata messa sotto pressione a dovere.

Per gli amplificatori abbiamo avuto la disponibilità ininterrotta dei Bughera per chitarra e di un paio di Mark Bass per basso, più l’aggiunta di qualche “guest” per questioni di endorsement personale dell’artista.

I Bughera, amplificatori totalmente valvolari (neonato brend facente parte del gruppo Behringer) erano un combo da 50 watt e una testata da 100 Watt più cabinet 4×12.
Suono valvolare potente, con distorsioni soft dal colore bleusy fino a lead grossi e aggressivi.
Il cabinet 4×12, ripreso con due microfoni Sennheiser evolution, ha dato veramente il meglio di se!

Del Mark Bass purtroppo ho ripreso solo la diretta (tramite apposta D.I. box integrata) senza suono del microfono come invece faccio di solito. Quello che arrivava a me era quindi il solo suono del preamplificatore opportunamente settato per avere l’equalizzazione compresa (post-eq per capirsi).
I bassisti che si sono avvicendati erano veramente bravi e il suono sempre definito e caldo.

Tra gli altri sul palco hanno fatto la loro apparizione anche un Marshall combo utilizzato da Andrea Braido, una tastiera Korg un organo Hammond fino alla preziosa integrazione di cavi fornita da Reference.
Un ultimo parola poi – e non certo in base all’importanza – va lasciata per
Robe Italia

che ci ha fornito una serie completa di fari motorizzati.
Opportunamente montati e programmati dall’amico Davide hanno impreziosito i due palchi.

Ecco tutto, bella esperienza…rock and roll!

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